• Feb
    25
    2014

Album

Capitol

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Abituato com’è ad accavallare progetti, inventarsi vite artistiche parallele e proporsi in più versioni come se fossero in pratica altrettanti spin-off di se stesso, Beck, per Morning Phase, ha seguito quasi alla lettera un disegno a cui aderisce per tutto il disco senza una deroga che sia una: scrivere il successore di Sea Change. Si capisce al volo anche senza aver letto alcuna anticipazione, bastano il giro di chitarra acustica che apre Morning e l’arpeggio iniziale di Heart Is a Drum per richiamare immediatamente alla memoria le atmosfere di Golden Age e Lost Cause. A occhi chiusi si sarebbe scommesso che gli eleganti arrangiamenti d’archi portino la firma di papà David Campbell e non sorprende affatto leggere che il più abile trasformista della canzone popolare americana a cavallo tra due millenni abbia riformato la stessa band del disco del 2002 con i fedelissimi di un tempo Smokey Hormel, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning jr. e Joey Waronker. Si potrebbero sentire i due dischi quasi senza soluzione di continuità.

Ma è tutto così programmatico e arido allora? Verrebbe da chiederselo. No, non è così. Prima di tutto c’è un altro piccolo antefatto, ovvero l’album registrato parzialmente a Nashville nel 2005; a quelle sessions risalgono tre pezzi, Waking Light, Blackbird Chain e la conclusiva Country Down. Poi, per quanto le soluzioni sonore siano speculari, in Morning Phase si respira un’atmosfera diversa, più leggera, senza – verosimilmente – il portato emotivo che Sea Change si trascinava dietro, e con in nuce una promessa di nuovo inizio come leitmotiv. Infine, il qui presente è un disco che cresce di ascolto in ascolto, lasciando affiorare lentamente le forme di un songwriting stiloso che piacerà meno ai cultori di certe bizzarrie beckiane; eppure non si può definire meno che classico e, per più di un verso, impeccabile.

La confezione sonora è sempre puntigliosa e perfetta. Però non ci si ferma lì. Le pennellate di suono vintage di Morning e Country Down e gli echi di Byrds e Nick Drake di Heart Is a Drum o la finale, beatlesiana Waking Light tra i tanti orpelli mettono in mostra anche melodie convincenti e arrangiate in modo superbo. E fra gli omaggi al sound californiano classico da Crosby Stills and Nash a Gram Parsons – Turn Away, con le armonie vocali che più West Coast di così non si può – e le sfumature di americana moderna che fanno pensare ai Wilco e al neo folk rock dei Fleet Foxes, il country rock tinto di blues di Say Goodbye, l’esotismo psichedelico di Blue Moon, i toni avvolgenti delle ballate Unforgiven e Don’t Let It Go, i drappeggi d’archi teatrali di Wave emergono con più chiarezza a un ascolto più approfondito. Con quel pizzico di imprevedibilità in più, che è forse l’unica vera pecca di un disco in cui la sensazione di deja vu è abbastanza marcata, rappresentato dai cambi di tempo di Blackbird Chain, evidenti invece sin dal primo incontro con un LP che senza gridare al capolavoro merita l’attenzione che riceverà. 

19 Febbraio 2014
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