• Ott
    01
    2012

Compilation

The Kora Records

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L’idea non è affatto malvagia. Prendere un guru del minimalismo e farlo remixare da musicisti elettronici contemporanei. Lo spunto illuminato viene da quella testa calda di Beck, che nella sua carriera è passato dal rock alternativo, al folk, alla musica caraibica, all’elettronica e ad altri cento generi, non disdegnando nemmeno la pubblicazione di cover album di artisti famosi come i Velvet Underground.

Il suo percorso artistico sembra essere però ‘in debito’ con la classica: è infatti l’unico genere che non ha mai frequentato assiduamente. Il primo passo verso un ritorno alle origini ‘colte’ della tradizione musicale del suo paese sembra esserci stato da poco, vedi la pubblicazione di un libro di spartiti intitolato Song Reader, che non verrà tradotto in disco e che a detta delle agenzie di stampa, sembra essere stato concepito come un songbook jazz.

Il secondo passo verso uno sdoganamento più serioso e meno affine alla musicalità rock, per Hansen è il pezzo incluso in questo lungo doppio album. La rivisitazione di NYC: 73-78 è l’unica traccia delle 12 (numero che richiama il capolavoro Music in Twelve Parts) che sfora i venti minuti e che dice qualcosa di sensato e coerente sugli insegnamenti del maestro. Il pezzo rivede, infatti, con gusto le principali tecniche di Glass: ripetizioni pianistiche, vocalismi ambient, ritmi ossessivi e altre amenità mescolate a puntino, coerentemente con lo stile di un musicista ormai scafato, che sa viaggiare su altri mondi senza scimmiottare linguaggi troppo distanti dal proprio.

Un altro partecipante che dice qualcosa di non banale è Jóhann Jóhannsson che sul remix di Protest usa un buon crescendo d’archi mescolato a sapori nordici con un coro che ricorda qualche episodio di Björk. C’è poi il buon Pantha du Prince, che ipotizza in Mad Rush Organ un trip di 12 minuti con bassi da club hipster-house annegati su droni organistici: in questo modo lascia respirare il looppismo e riesce a cogliere una delle componenti fondamentali del suono Glass. Per chiudere, vanno bene anche i tappetini di Peter Broderick (Island), le svisate ambient-jazz-trip-hop di Amon Tobin (Warda’s Whorehouse Inside Out Version) e le poliritmie electro-funk di Tyondai Braxton (Rubric).

Per gli altri remix (Nosaj Thing, Cornelius, Memory Tapes, My Great Ghost, Dan Deacon, Silver Alert) il minutaggio taglia le gambe agli originali, tutti rivisti e compressi in poco spazio, riducendoli ad un’accozzaglia di taglia e incolla prescindibili. Non si capisce come mai i più giovani musicisti abbiano optato per una rilettura così veloce e dilettantesca del maestro. Sarà che mancano le idee?

L’esperimento di Beck è riuscito a metà, facendo brillare i vecchi draghi e oscurando le nuove leve, da cui ci si aspettava un po’ più d’inventiva, di professionalità e di amore per il rischio.

17 Novembre 2012
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