Recensioni

Meravigliosamente autunnale ma con l’aria di cavarsela bene in ogni stagione, sfoggio di monolitico equilibrio e sapiente trama d’ispirazioni, ogni attimo di Sea Change sembra smarrirsi nello iato tra vecchio e nuovo, nella segreta pena di coniugare al futuro i modi e gli strumenti del passato. E viceversa. Un disco che guarda al mondo (alle cose, al tempo) come da una barchetta in mezzo al lago, le cui acque, si intuisce benissimo, sono radioattive. Aveva torto chi preconizzava un ritorno ai registri di Mutations, ma solo in parte: quel senso del ludico e del meticciato stilistico (i valzerini barocchi, le guasconerie tropicali, il blues storto) sembrano accantonati, come del resto l’ironia. Tuttavia, a veder bene, è solo una mutazione (appunto) dovuto al peso di un grande dolore (la fine della storia con Wynona Ryder).
Beck si affida al proprio fare musica come a una terapia di purificazione, sublimandosi nella forma, annidandosi nella distensione levigata e quasi parodistica delle strutture sonore. Stiamo parlando di ballate, tutte piuttosto belle: ora solenni inerzie folk, ora fumose stilizzazioni soul/R&B (vedi l’ottimo omaggio gainsbourghiano di Paper Tiger), ora desolati languori futuristici (la tremebonda Sunday Sun) oppure escrescenze di psych dissanguata. Il brusio dell’elettronica riempie gli interstizi come un’angoscia di futuro, rivelandosi col progredire degli ascolti il substrato essenziale, il centro di gravità inconfessato del progetto. Pur nel calore del suono suonato – la voce in primissimo piano, la compressione implosiva del drumming, la densità delle corde e la nitidezza degli ammennicoli (il piano, la slide, i campanellini…) – non ci abbandona mai un sottile retrogusto di artificiosità, quasi fosse una ricostruzione virtuale basata su antichi reperti genetici, un po’ come fanno i diafani alieni spielberghiani del coevo (non riuscitissimo ma suggestivo) AI.
Ma vediamoli, questi “reperti”: mestizie country rock come ne sfornerebbe un desertico Ry Cooder (Side Of The Road), sorprendenti afflati hip-prog vagamente Beta Band (Little One), tagli melodici orizzontali e dispersi alla Red House Painters (End Of The Day, It’s All In Your Mind), il mantice accorato degli archi come in certi Eels, il ciondolio chitarristico del Neil Young acustico (specie nell’amara tenerezza di Guess I’m Doing Fine e nell’iniziale The Golden Age), l’opalescenza permeabile di Nick Drake (vedi la magnifica Round The Bend, in cui peraltro balena il riflesso della Blue Melody buckleyana), l’epica raziocinante degli ultimi Air (Lonesome Tears) e l’insidiosa evanescenza sintetica – come un’esplosione in fieri – dei Radiohead periodo Ok Computer (produce il disco, non a caso, un certo Nigel Godrich).
E c’è il canto, naturalmente, perlopiù sintonizzato sulle frequenze dimesse e allibite delle vecchie Static e Nobody’s Fault But My Own, come un’ultima irreversibile mutazione, lo stupore del grado zero, rappreso nella più amara delle contemplazioni. Proprio come quello sguardo, tra la danza dei colori, in copertina.
È un disco che – presumo – scontenterà i fan del primo Beck, abituati a tutt’altre sterzate e (basse, altissime) definizioni: a meno che non abbiano maturato nel frattempo il gusto per le rivoluzioni quiete, i subbugli sentimentali, i ruggiti impalpabili della nostalgia. Senza fare cose sorprendenti, il giovane/vecchio slacker sa ancora spiazzare.
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