Recensioni
Belle And Sebastian
Belle And Sebastian Write About Love
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Antonio Pancamo Puglia
- 6 Ottobre 2010
“Devi guardare il sogno aldilà degli alberi attraverso le finestre del tuo salotto”. Scrivere d’amore è la capacità di trovare i colori nel grigio quotidiano, di scovare poesia nella routine di una vita ordinaria. Stuart Murdoch e i suoi lo fanno da quattordici anni e, possiamo dirlo, pochi altri come loro. La formula della longevità dei Belle And Sebastian sta tutta qui, nel titolo di un ottavo album che ce li restituisce immancabilmente fedeli a se stessi eppure, nondimeno, rinnovati. In che modo? Tra un ammiccamento glam e una facezia pop, già il precedente The Life Pursuit aveva segnato la strada, seguito l’anno scorso dall’ancor più eloquente God Help The Girl, capriccio solista di Stuart ove i vezzi white/northern soul già esibiti a più riprese in precedenza prendevano del tutto il sopravvento, definendo così il carattere della mossa successiva.
Ecco quindi spiegato il duetto – probabilmente impensabile per gli aficionados della prima ora – con Norah Jones nella malinconica Little Lou, Ugly Jack, Prophet John: invero riuscito se ci abituiamo alla nuova immagine dei Belles come professionisti del soft pop contemporaneo (un crossover indie-chic à la She & Him, per tirar fuori un paragone non troppo peregrino). La rinnovata scelta di Tony Hoffer e dei suoi studi losangelini d’altronde la dice lunga: irrimediabilmente lontani, lontanissimi i tempi in cui gli scozzesi erano sinonimo di maldestra ingenuità adolescenziale, di intimità fieramente provinciale. Chiamatela, se volete, età adulta. Ed è pur vero che di fronte al sound levigato, pulito e brillante di quest’ultima prova si potrebbe – a ragione – parlare anche di mestiere, non fosse per una freschezza di scrittura (senz’altro corroborata dai quattro anni di stop) e una maestria negli arrangiamenti che pochi dubbi lasciano sulla qualità complessiva del lotto. Oddio, all’altezza di I’m Not Living In The Real World (rockettino tendente all’irritante di Stevie Jackson) si soffre un po’, ma al cospetto di gemme dall’architettura sonica perfetta quali I Want The World To Stop (degna erede di una I Fought In A War, solo molto più cool), I Didn’t See It Coming e la stessa title track (con ospite l’ugola dell’attrice brit Carey Mulligan, giusto per restare in mood God Help The Girl) non si può che far l’ – ennesimo – inchino.
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