Recensioni

7.4

Riattivati gli Uzeda per il trentennale, festeggiato più che degnamente con un parterre de roi a condividere il palco – dai June Of 44 ai Black Heart Procession, fino agli immancabili Shellac e agli immortali The Ex – la splendida coppia formata da Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola riesuma anche il side project “transoceanico” Bellini. Un gruppo che una volta si sarebbe detto “minore”, un progetto collaterale o side-project di quelli che, sempre una volta, nascevano solo in determinate situazioni, e che non è minimamente paragonabile all’elefantiasi odierna in cui praticamente ogni membro di una band anche poco conosciuta ha almeno tre o quattro collaborazioni. Ma i Bellini sono forse, più degli stessi Uzeda, la manifestazione plastica del valore di Tilotta e Cacciola, di quella umanità – prima ancora delle capacità strettamente musicali – che li ha portati a essere parte integrante di un circuito internazionale di prim’ordine, che a sua volta li e ci ripagò facendoci veramente credere alla possibilità di una “Catania come Seattle”, ovvero che la periferia della provincia dell’impero potesse dire la sua.

Ora, a distanza di quasi dieci anni dal precedente The Precious Prize Of Gravity, il quartetto italo-americano – a completare la formazione pensa la sezione ritmica formata d Matthew Taylor e Alexis Fleisig di gvsbiana memoria – torna con un album che ovviamente non sposta di una virgola il sound della band, ormai ben tarato su un’asse math-noise-rock molto emotivo ed empatico, e sempre pronto alla curva a gomito, alla dissonanza, allo scarto inatteso, ma sorprende per la freschezza generale e la capacità di addensare suoni su suoni così come invenzioni su invenzioni in una sola canzone. Tornano in mente gruppi ed atmosfere come i Jawbox, per intenderci: gente capace di rendere apparentemente semplice una selva di suoni, di unire dolcezza e ruvidezza insieme in una amalgama mai scontata, poesia e rumore in un flusso unico, semplicità e complessità in ogni singolo passaggio di ogni singolo brano. Della serie, ci sono più idee in un brano dei Bellini che in un album di molte band attuali, e tutte quelle idee sono sempre esattamente al crinale tra emotività e razionalità. Come a dire, pancia e cervello, noise e math, caos apparente e struttura. C’è bisogno fisico di canzoni come Slow Talker, Greek Fire, Promises o Whales In Space, non solo per noi vecchi nostalgici ma come insegnamento e monito per i nuovi indie-kids.

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