• mar
    30
    2018

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Nonostante i Grammy Awards vinti e una produzione non sempre perfettamente a fuoco, Ben Harper è rimasto tutto sommato sul pezzo, nel senso che si coglie ancora in quello che fa e dice un certo attaccamento alla materia prima, ovvero la musica e in particolare il blues. Quest’ultimo è sempre stato il punto di partenza per un artista capace poi di rielaborare alla sua maniera le personali ispirazioni e che tuttora non esita un momento a mettere in mostra una filosofia di vita lineare e basale almeno quanto il blues stesso: Che cosa è il successo? «Continuare ad amare quello che fai». Qual è la formula magica per la longevità in un ambiente difficile come quello della discografia? «Avere abbastanza disciplina da non farsi intimidire dal silenzio o da un foglio bianco. Suonare live è meglio che non suonare live. Ascoltare solo le critiche che arrivano da persone di cui ti fidi». Consigli per i giovani musicisti? «Leggete tanto quanto scrivete. Leggete giornali, libri, biografie, narrativa. Non abbiate paura di far uscire troppo di voi stessi. Siate più onesti possibile». Dall’altra parte c’è un Charlie Musselwhite la cui armonica a bocca è diventata una leggenda a furia di incrociare la strada con altrettante leggende, da John Lee Hooker a Sonny Boy Williamson, da Muddy Waters a Howlin’ Wolf, fino a Paul Butterfield. Un musicista che dagli anni sessanta in poi non è stato solo un sideman di lusso, ma ha contribuito a definire il significato stesso della parola “blues” anche attraverso la sua produzione solista.

No Mercy In This Land segue il Get Up! condiviso e pubblicato dai due nel 2013, e lo perfeziona – Harper sostiene, non a torto, di essere «sceso più in profondità» in questo disco e di essersi confrontato alla pari con i suoi «blues heroes» – con dieci brani alla cui scrittura Musselwhite non mette mano, limitandosi a scorticare le melodie con la sua spigolosissima armonica. Quel che riesce qui al chitarrista statunitense, invece, è di distanziarsi ancora di più dal suo riconoscibile stile – pur non rinnegandolo, ad esempio nell’introduttiva When I Go – per mettersi al servizio di un linguaggio tradizionale e con le sue regole. Emotive, prima che stilistiche. Il Nostro, insomma, passa idealmente da Chicago e la omaggia con ottimi blues elettrici come Bad Habits e Movin’ On, maneggia un soul atipico e sudista in episodi come Love And Trust, riscopre Muddy Waters e Buddy Guy grazie alle frizioni chitarristiche di The Bottle Wins Again, torna ai fasti di un Ray Charles prima maniera con le malinconie di When Love Is Not Enough, senza dimenticare il Delta del Mississippi di brani splendidi come la title track (in cui canta anche Musselwhite) e Trust You To Dig My Grave.

No Mercy In This Land alla fine è un ottimo disco di blues che evita la maniera, appropriandosi dei fonemi e delle strutture di base del linguaggio senza portarsi dietro tutto il dizionario. Da questo punto di vista, Harper fa un gran lavoro, personalizza a dovere, confezionando dieci brani che sono tutto tranne che un esercizio di stile. E poi c’è la voce del Nostro a battezzare il suono, profondamente calata in un mood tagliato sui contenuti (e ben definito anche dai testi) e veicolo per un soul che non si compra un tanto al chilo nei mercatini dell’usato ma è innato. È forse questa “trasparenza” di fondo, questa aderenza a certi valori del blues che ci pare di cogliere nella scrittura, sommata alla grande esperienza di Musselwhite, l’aspetto che valorizza di più questo disco.

31 Marzo 2018
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