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7.5

Il Fabric in mano a Ben Klock. Come consegnare uno scettro dai poteri illimitati allo sciamano del villaggio. Quella di coinvolgere uno dei prìncipi più attivi e amati della techno teutonica appare come una scelta strategica, raggiunta dopo le ricezioni tiepide degli ultimi mix di Guy Gerber, Oneman e Matthias Tanzmann. Significa non solo riportare il percorso Fabric al punto zero estetico, ma anche ristabilire l’autorità del marchio tramite un dj-mix pensato già alla nascita come apice del suo genere: Klock, lo sappiamo bene, sa essere sia una bestia nei live set sia un abile scultore di forme in studio, e il Fabric 66 vuol essere il suo lavoro più ambizioso, un breviario filosofico del suo pensiero techno inciso lungo le scuole di pensiero più nobili del filone.

La maestria di questo Fabric sta nella sua cura dei tempi, nell’equilibrio dei movimenti, in un attento studio delle attese e – non ultimo – in un mixaggio da Dio. La scelta dei pezzi si giostra tra novità (come Panna Cotta, l’ultimo, drittissimo singolo di Mathew Jonson) e classici (con Terraforming degli Octave One si torna al 1995) eppure sfoggia una fenomenale compattezza, tutti brani cerebrali, sofisticati, che difficilmente farebbero parte di un dj set di Ben Clock (nessuna vera bomba da pista) ma che contestualizzati in una compilation sanno tenerti costantemente su di giri. La sottile differenza tra dimensione club e potenzialità d’ascolto la vedi già nei primi cinque minuti, un lentissimo crescendo che copre le ombre più introspettive di Truncate e DJ Bone per poi arrivare al primo climax quando il momento è maturo: Forged di Trevino diventa così una lama affilata che ti trapassa lo stomaco mentre godi come un riccio.

La valorizzazione delle attese si ripete più volte durante l’ascolto, vedi ad esempio il Burial di Raver che in pieno riverbero anticipa le legnate di Marcel Dettmann con Allies, una coppia d’assi seguita peraltro da un’ulteriore ascesa in senso deep, con Are You There? di Josh Wink. Tutta la tracklist comunque è tenuta insieme da polso fermissimo, sempre dentro precisi contorni intellettuali, senza cedere mai all’allagamento in nessun senso: nessuna concessione al gazzarra vibe (altre categorie di piacere, prego rivolgersi a Digital Soundboy Soundsystem), nessun cedimento all’acid o alla tech-house spavalda. Qui c’è puro sentimento techno, nelle sue accezioni più suggestive (i timori e i tremori di Planetary Assault Systems), nelle sue forme più pungenti (Few Mysteries Solved In A Year Of Contact, l’ultima resurrezione di Sagat ti precipita in un vuoto psicotico), nei suoi effetti più ipnotici (Spying di DVS1, un trip deviato e insolente fatto per stordire).

E nonostante tutto ciò, il Fabric 66 non è un disco duro. Al contrario, ha una sua gentilezza, una mano morbida e controllata. Il carattere è forte e deciso, ma si stende come un piacere soffuso e ti porta via con la propria apertura alare. Questa mano può esser ferro e può esser piuma. Più che una via di mezzo, questo dj-mix è entrambe le cose sotto diverse angolazioni. Ben Klock lo vorremmo sempre così.

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