Recensioni

7.2

Basta averlo visto dal vivo per comprendere come l’universo sonoro di riferimento di questo ventottenne americano che sembra aver trovato terreno fertile nel belpaese – è la Love Boat a pubblicare questo comeback, così come aveva dato alle (ri)stampe l’esordio, mentre due tour in poco più di sei mesi stanno a significare empatia e amore a prima vista – sia qualcosa di molto più complesso di ciò che si potrebbe dedurre incasellandolo nella categoria “songwriter”. Non che non lo sia, visto che comunque di chitarra e voce (e poco altro) si tratta, e che la forma-canzone piena di ritornelli appiccicosi e melodie rotanti è quella prediletta; però c’è un gusto ampio, a 360 gradi, realmente post-moderno e orizzontale nel suo mischiare, montare e smontare, che porta ad ascoltare la musica di Seretan come se fosse una specie di caccia al tesoro disseminata di agganci e rimandi, citazioni e influenze, ripensamenti e inconsce attribuzioni.

E nulla fa Ben Seretan per nascondere questa sua onnivora necessità, citando come ascisse e ordinate di un ipotetico grafico della propria formazione, punk e jazz libero, droni e chitarre rumorose, musica sacra e indie del tempo che fu, ovvero Tony Conrad e Don Caballero, Sonic Youth e Derek Bailey,  Neu! e Stars Of The Lid, Minutemen e Alice Coltrane, tanto per far qualche nome. Roba che a ben vedere si ritrova in queste undici canzoni, specialmente quando vengono riproposte live, ma anche nei passaggi strumentali di un disco piccolo ma non minore, tenero ma non inconsistente com’è Bowl Of Plums.

Undici canzoni che sono in realtà undici parti di un tutto che è realmente un universo di cose, sensazioni, momenti, emozioni (pezzi composti e registrati veramente ai quattro lati del mondo) e che, di conseguenza, viaggia a 360 gradi tra chitarre acide e melodie sognanti, Pavement e anni Novanta, ballad che sono nenie delicate, batterie che pestano, fingerpicking, voci in falsetto, aperture dreamy e consistenze indie-rock del tempo che fu, quando il termine aveva un senso: elementi diversi e distanti che si uniscono e gemmano in piccole canzoni capolavoro, proprio come Seretan ha preso, musicalmente e non, influenze da ogni parte del proprio universo di riferimento. Dopotutto, come si dice in accompagnamento a Cottonwood Tree, «even if you have a weird body you can be free». E qui di libertà ce n’è a iosa.

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