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E così finalmente esce il tanto temuto Chapter II. Il producer più atteso sulla lunga distanza nel 2008 con quello che è stato uno degli album chiave del dubstep, Diary of an Afro Warrior, si riaffaccia sul mercato con la pelle nu dopo che una serie di singoli e esibizioni live ne hanno delinato direzioni e sguardi non proprio confortanti.

Comprensibilissimo come Benga – e parallelamente Skream, nel 2012 – abbia voluto prendere distanze esplicite dal dubstep, altrettanto da manuale la mossa della joint venture con i Magnetic Man che, precedentemente (2010), intendeva allargare gli orizzonti all’edm stellestrisce a suon di memorabilia rave e featuring ritagliati per le chart britanniche (vedi il singolo con Katy B e oltre). E poi il percorso verso un’accessibilità  su vasta scala del proprio sound, il sogno di un ragazzo che dal quartiere passa alla nazione abbandonando i dj set carbonari per i live con la “band” e le solitarie macho-step con i feat. dei grimer proteinizzati del caso (vedi la brutta esibizione al Primavera Sound del 2012).

Ma ora? Ora c’è l’uomo che ti guarda dalla copertina di quest’album, seduto come una sorta di Napoleone, completo nero, camicia, cravatta, spolverina e un capello arancione che dà, di fatto, il colore all’album: una promettente Yellow in apertura (un ring tra felpato funk, 80s e brandelli Benga) e un numero da soffitta come Forefather (con Kano) aprono a una tracklist che eredita, liofilizzandolo (serializzandolo?) il Benga trademark di sempre. Condendolo, tra l’altro, con tutto un portato di fallimenti melodici per le classifiche (vedi Smile o Choose 1, roba da far rimpiangere anche la Katy B più di serie B oppure Higher, tentativo di risposta alla hit della Sandé) e strumentali come Click and Tap (un aborto di Girl Unit?) o I Will Never Change (drop music – nel senso del disco di Eno – per dubstepper?) che dovrebbero far risaltare la vena brit sperimentale del lavoro e invece altro non sono che innocui riempitivi.

Nella testa di Benga, quest’album avrebbe dovuto coniugare l’elettronica UK con quella US sotto una manciata di singoli da chart affidati a piccole star o starlette, vedi Charli XCX. Quel che abbiamo sottomano invece è una copia in varechina dello stesso Benga che non guarda né avanti, né indietro, ma rimane sospeso a metà del guado senza voler scontentar nessuno e perciò scontentando tutti.

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