• Set
    01
    1998

Album

Astralwerks

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I tre Ep di cui si fa menzione nel titolo corrispondono alle raccolte Champion Versions (mixato da Nick McCabe dei Verve), Patty Patty Sounds e Los Amigos Del Beta Bandidos, ovvero i primi lavori della Beta Band, usciti a cavallo tra il 1997 e il 1998 per la Regal, etichetta affiliata alla Emi.
Sommando la durata, la raccolta di brani forma un long playing di ben un’ora e diciotto minuti, a tutti gli effetti un esordio discografico e, a detta di molti, la miglior prova della band, ancor oggi insuperata.
The Three Ep’s nasce sotto il segno dello scazzo da buona scuola folk a bassa frequenza, ma attorno a quel mood gravitano ascendenti e spezie d’ogni sorta, tendenze accattivanti quali il breakbeat, il dub e la psichedelia, ma c’è spazio per ogni sorta d’altre polveri cosmiche che vanno dall’elettronica analogica anni ’60 di marca AIR, alle percussioni tribaleggianti, dall’exotica, al sampling campestre e ai canti tibetani e chi più ne ha più ne metta! Tuttavia, è l’armonizzazione vocale a costituire a buon diritto il trademark più caratteristico dei quattro scozzesi: molti dei brani possiedono uno smalto spacey e bucolico, atmosfere rilassate e delicatamente ipnotiche create attraverso reiterazioni vocali e buffi scioglilingua vocali che trasportano l’ascoltatore in una sorta di ascetismo pagano (quasi uno sberleffo alla conterranea Enya se ci si pensa).

Ma veniamo alle tracce dell’album: Dry The Rain (da Champion Versions) presenta una melodia sognante che ricorda vagamente i Pink Floyd di More, mentre la chitarra slide riporta alla mente il primo Beck colla spina staccata. La struttura abilmente si rinforza grazie al raddoppio di un corno e al tam tam sincopato che incede (drumming cadenzato e linee di basso). Caratteristica della Beta Band è infatti una certa propensione per gli accenti ritmici e percussivi, peculiarità che non sconfina quasi mai in deflagrazioni tribali a briglie sciolte e anche quando questo accade (i riverberi della batteria di B + A) è sempre la battuta sincopata a spuntarla (per la serie Onan vince su Conan), come nel caso di I know, dove a sostituire il classico beat del rullante troviamo sampling di cocci/chiavi, oppure nei 4/4 senza loudness di House song, frullato di voci su una base devastata da suoni in riverse che a metà si risolve in un classico hip hop beckiano, infine in Monolith, che si sviluppa sulle ritmiche tribali in stile Asian Dub Foundation.

Comunque, come prima accennato, è la melodia fatta di strofe circolari a costituire l’atmosfera caratterizzante dei brani (“I will be Allright, I will be Allright, I will be Allright…”), un aspetto che si lega molto spesso alle armonizzazioni dei Beatles di Magical Mystery Tour, come si sente in Dry The Rain, dove la memoria va a I’m The Warlus, oppure in Dr. Baker, nel quale l’incipit della strofa cita la lennoniana I’m only sleeping, come nondimeno accade nei giochi infiniti di nastri in loop di She’s the one che potrebbero rappresentare omaggi all’Harrison matrico.

Inoltre, altro aspetto ricorrente è la psichedelia di marca floydiana, presente anch’essa un po’ a prezzemolo: come avviene della appena elencata She The One con giochi vocali barrettiani e la precedentemente nominata Monolith, lunga suite psichedelica con chiari rimandi a Ummagumma, oppure in Push it out, dove a venir ripescato è l’esordio di Waters e co. The Piper At The Gates Of Dawn (si ascolti la frase del titolo ripetuta ossessivamente).
Tutte queste multiformi sfaccettature costituiscono l’ossatura di quest’ottimo The Three Ep’s, biglietto da visita di una band dotata fin dall’inizio di un’identità forte e da un gusto ineffabile per la citazione. Il sound qui sperimentato sarà approfondito negli album successivi dove il discorso musicale prenderà due direzioni diametralmente opposte: da un lato sperimentazione selvaggia e gigionesca di matrice zappa/barrett (disco omonimo), dall’altro una psichedelia più asservita alla forma canzone (Hot Shots II) e al rock (Heroes To Zeros)

1 Gennaio 2004
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