Recensioni

Ne è passata di acqua sotto i ponti per Beth Orton, dalla folk-tronica anni novanta in compagnia di William Orbit e del giro ‘chemical’ agli ultimi dieci anni passati in sordina, con quel Comfort Of Strangers (2006) in cui il suo processo di songwriting aveva preso le distanze dai beat elettronici per abbracciare suoni puramente acustici e (ri)trovare un’intimità introspettiva, accompagnata nel privato anche dall’esperienza materna.
Sugaring Season è quindi la continuazione naturale di questo percorso di maturazione, un disco fortemente personale, emotivo e che guarda indietro ai classici di Pentagle, Joni Mitchell e Nick Drake nella forma. L’etichetta è tutta nuova, la ANTI, e per la produzione è stato scelto Tucker Martine, attento a certi suoni classicheggianti presenti ad esempio in Carbon Glacier della moglie Laura Veirs, ma anche nei suoi lavori con Laura Gibson. Beth calza quindi i panni del crooner, mettendosi a servizio delle composizioni e lasciando i pezzi fluire in maniera istintiva, più che cercare di controllarli. Il singolo Megpie ne è un chiaro esempio, un brano in cui il chorus (in)segue la melodia e viceversa, con la Orton che inizia con versi quali “I’m sitting here watching the world go by” e poi subito “You’ve seen more of the day than I could dream”, quasi fossero un manifesto di intenzioni. E l’autrice fa proprio questo: si siede in disparte ed osserva per poi salire occasionalmente in cattedra, come in una monumentale Something More Beautiful sorretta dalle tastiere di Bob Burger e dagli archi, tra climax e atmosfere blue Mitchell-iane. I registri usati sono diversi, come il delicato piano waltz di See Through Blue o gli accenni country di Call Me The Breeze, ma nel disco si ritrova un groove di base persistente che accompagna tutte le dieci composizioni. Un disco fuori dal tempo: questo forse il pregio e al tempo stesso il limite di uno Sugaring Season che in alcuni episodi si adagia su una formalità troppo irrigidita (Five Leaves Of Autumn, Poison Tree ) ma che quando si lascia andare tocca note alte e conferma una maturità artistica ampiamente raggiunta. “Alive” insomma, come sussurra Beth nella conclusiva Mystery, gemma vocale di un lavoro che guarda sì indietro, ma con uno sguardo totalmente sincero.
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