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Alla base di Dickens – L’uomo che inventò il Natale non c’è solamente una divertita rielaborazione della figura di uno dei più rappresentativi e celebrati scrittori del Regno Unito, bensì – come suggerito dal titolo – una constatazione del fatto che senza Charles Dickens, in Inghilterra il Natale non sarebbe quello che è oggi: una data importante non solo per tutti i bambini, ma anche e soprattutto l’occasione per elevarsi spiritualmente ed esercitare quella benevolenza che, se ben allenata, può rinfrancare l’animo di molte persone abbattute dagli eventi della vita. Al centro della storia vi è la faticosa stesura del Canto di Natale, arrivato alla mente di Dickens un po’ per caso, ascoltando quelle favole che la giovane domestica irlandese era solita raccontare ai suoi figli e costruendo un’atmosfera da inferno dantesco capace di sprigionare la più potente delle commozioni.

C’è anche molta della biografia personale di Dickens nel film di Bharat Nalluri, il quale si appropria della lezione di Una vita è meravigliosa (che è una rielaborazione contemporanea dello stesso racconto dickensiano per la regia di Frank Capra) per ragionare sulla figura dello scrittore, dotato anch’esso di affetti concreti, ma dilaniato da un passato con cui è difficile fare i conti. Se Dickens è saputo arrivare al cuore della povera e miserabile gente è perché nel suo passato si nascondono orrori: a soli dodici anni verrà abbandonato dal padre – debitore incallito – e andrà a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, venendo sfruttato insieme a tanti altri ragazzini. È da questo trauma che prenderanno vita romanzi come Le avventure di Oliver Twist e Nicholas Nickleby, nonché il già menzionato Canto di Natale.

Nel lungometraggio assistiamo quindi alla genesi del racconto, con le difficoltà produttive a cui Dickens andò in contro: abbandonato dal suo storico editore, che dopo i pesanti insuccessi dei suoi ultimi lavori non vedeva di buon occhio una storia di fantasmi incentrata su una festa all’epoca così bistrattata come il Natale, fu costretto a ricorrere a un prestito delle banche e ad autofinanziarsi le prime stampe. Così, seguiamo Dickens nelle sei settimane di stesura del Canto di Natale, tra ricerca dell’ispirazione e blocchi dello scrittore, dovuti per lo più alla sua numerosa famiglia e al rancore verso quel padre che l’aveva abbandonato da piccolo e che non si crea problemi a sperperare il denaro del figlio.

La parte più interessante riguarda certamente la genesi del protagonista del racconto: Ebenezer Scrooge. L’ispirazione per il vecchio e avaro londinese arriva forse da un evento realmente accaduto, forse dalle paure dello stesso scrittore di ritrovarsi solo e senza l’amore di nessuno, ma è indubbiamente ritratto nel migliore dei modi possibili da Christopher Plummer in una delle sue interpretazioni più naturali e divertite. Nel corso dell’elaborazione saranno molte le intuizioni dello scrittore – che qui ha il volto gigione e rassicurante di Dan Stevens, davvero in parte – ma Nalluri sembra voler spezzare una lancia anche a favore dei produttori e dei consumatori di un’opera: il finale del racconto, con il ritorno in vita del piccolo Tim, è chiesto a gran voce sia dalla domestica irlandese sia dall’amico John Forster, in seguito divenuto il biografo dello scrittore.

Dickens – L’uomo che inventò il Natale è il film magico che stavate aspettando per le festività, quello da vedere nei pomeriggi innevati al calduccio e circondati dall’affetto dei propri cari. Non sarà memorabile, ma è uno di quei classici esempi che, se non ci fossero, ne sentiremmo tutti la mancanza, perché anche il cinismo può prendersi una meritata vacanza, e quale periodo migliore del Natale per farlo?

20 Dicembre 2017
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