Recensioni

Dopo il fortunato esordio Creamy Tales, i bolognesi Big Cream tornano con il nuovo Rust, un LP in cui le sonorità grunge si svestono dei camicioni a quadri e del look trasandato e vengono appiccicate a quella voglia di riscatto che spesso chi vive nelle province italiane prova. Dopo anni passati nei garage di Zola Pedrosa a consumare i grandi classici dell’alternative rock statunitense anni ’90, Nicolò, Matteo e Riccardo, servendosi della triade chitarra-basso-batteria, di fuzz sparati ad altissimi volumi e di linee melodiche che corrono sul filo di un rasoio, hanno deciso di fare propria la lezione impartita dai loro ascolti adolescenziali e creare un disco che non brilla di certo per originalità ma che riesce sagacemente ad unire shoegaze a grunge, punk rock vecchio stile a indie.
I Riferimenti ci sono tutti: dai Pixies – Cannon Fuse – ai Dinosaur Jr – Hawaiian Snow – passando per i primissimi Green Day di Kerplunk – Ruins – e per i Nirvana di Bleach – Golden Scissors – la cui influenza risuona pesantemente in tutte le nove tracce del disco e che a volte diventa perfino ingombrante. Rust suona come un album tributo in cui i Big Cream aggiungono un tocco personalizzato e sbarazzino da festa di fine anno del liceo – complice probabilmente anche la giovane età del trio classe ’93 – che non ha nessuna pretesa se non quella di divertirsi e divertire. Non è un lavoro né innovativo né particolarmente audace, ma che nel complesso suona meno costruito e pretenzioso di altri lavori nazionali e che trova il suo punto di forza nella genuina e strafottente voglia di chiudersi in un garage e suonare fino al mattino.
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