Recensioni

Iperattività e creatività. Sono i due concetti che, ad oggi, si potrebbero legare alla fitta produzione artistica targata Big Thief. Usciti vincenti – a nostro dire – dalla precedente prova artistica U.F.O.F., che avevamo lodato per un innegabile percorso di maturazione, l’indie-rock band di stanza a Brooklin torna a sorpresa con Two Hands, un disco che possiamo definire bonariamente “nuovo” se paragonato alla prova immediatamente precedente. Un po’ come era accaduto per U.F.O.F, la genesi del nuovo album è rintracciabile negli spazi (mai veramente vuoti) tra un palco e l’altro. Sì perché il rapporto che intercorre tra i componenti della band capeggiata da Adrianne Lenker lo si potrebbe definire quasi simbiotico e tanto rodato da raccontare del loro processo creativo come la più semplice delle storie: Adrianne Lener lavora su un testo, un’idea, e il resto della band cuce per lei l’abito sonoro migliore.
Non si muta registro neanche in questo Two Hands. A mutare, invece, è l’attitudine dell’album che, in apertura, definivamo “nuovo” proprio perché stravolge le carte messe in tavola dalla ricercata e trovata anima eterea di U.F.O.F., dove la ricerca spasmodica per l’inafferrabile si rifletteva anche su trame sonore sottilissime, a volte simili ad echi di lontane vibrazioni. Two Hands restituisce la band ad una condizione più terrena, tracciando un sentiero precisamente a metà strada tra la concretezza di Masterpiece e la lucentezza di U.F.O.F.. Non è un caso se la scelta qui ricade su un isolato studio di registrazione a 30 miglia da El Paso, dove ogni cosa – al pari dell’atto creativo – si concretizza come il più naturale dei processi (a Dom Monks e Andrew Sarlo l’onere di imprimere tutto su traccia).
Se lo scorso maggio parlavamo di un processo di maturazione in continua evoluzione, Two Hands non fa altro che sottolinearlo. La band riesce a muoversi in questa prova su diversi registri stilistici, attingendo da quell’immaginario che lei stessa è riuscita a crearsi. E benché le pulsioni sembrino ammiccare maggiormente agli esordi asciutti (Shoulders) eppur immaginifici di Masterpiece, continua a viaggiare sottotraccia quel bagliore ultraterreno. Non più indie-rock nudo e crudo, ma gustoso mix di folk, roots, dream-pop e lunghe tirate chitarristiche (Not) che fa il paio con testi come al solito scissi tra intimità e metaforico, e sempre incentrati su temi del nostro quotidiano (il taglio onirico di Shoulders è un invito alla riflessione sui temi dell’ambiente e la salvaguardia del pianeta) e di quello più strettamente legato all’emotività della Lenker.
Il risultato? Una prova altamente godibile, l’ennesima. Più misurata, ragionata, ma con lo stesso respiro segnato da un’emotività incandescente e una profonda introspezione. Two Hands è il ponte che lega simbolicamente passato, presente e futuro dei Big Thief. Un disco che conferma la qualità della band che – con questi ritmi – può puntare a migliorarsi ed evolvere prova dopo prova.
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