Recensioni

Di tutte le belle, dolci, per certi versi incredibili storie di resurrezione che la musica popolare nell’era digitale è riuscita ancora a regalarci, quella di Bill Fay è una delle più toccanti. Non ha avuto la risonanza mediatica e trasversale della vicenda di un Sixto Rodriguez (ma quella era, nella sua perfezione narrativa, una sceneggiatura già scritta), è rimasta più una faccenda di culto molto simile a quella di Vashti Bunyan (e chissà se i due, nella Londra che sognava del ‘67 o del ‘68, si sono mai incontrati o sfiorati: altri film possibili…).
L’autore di due album bellissimi e diversissimi tra loro (dal pop orchestrato e naïf dell’esordio omonimo alle visioni apocalittiche di Time of the Last Persecution), una delle tante pepite lasciata indietro nella corsa all’oro di quel periodo irripetibile, che viene riscoperto dopo più di trent’anni di oscurità nella quale era stato dato persino per morto, recluso o impazzito come un Syd Barrett senza il conforto del mito. Ci sono volute la dedizione e l’amore genuino per la musica di artisti come Jim O’ Rourke, David Tibet, Jeff Tweedy, persino di gente distantissima dal mondo antico di Fay come Oneohtrix Point Never, che ha interpretato un suo brano dal vivo, per riportare questo piccolo grande uomo nel cono di luce che si merita ma che non ha mai voluto cercare. L’incontro decisivo, tuttavia, è stato quello con Joshua Henry, produttore americano che aveva trovato una copia di Time of the Last Persecution nella collezione del padre, un ex attivista contro la guerra in Vietnam. Cosa che ha già dell’incredibile, considerando che l’album non era stato distribuito negli Stati Uniti e che pure in Inghilterra era difficile da reperire.
Ma il seguito della storia è ancora più commovente: Henry e suo padre condividono la passione per quel disco oscuro, per i suoi testi arcani, per il mistero che circonda l’autore. Diventa uno dei loro argomenti di conversazione preferiti. Quando il secondo muore di cancro, nel 2010, il figlio decide che il miglior regalo postumo che possa fargli è scovare quel dimenticato musicista inglese e aiutarlo a fare nuova musica. Siccome persino in questo mondo infame a volte i miracoli accadono, ecco che nel 2012 e nel 2015 escono Life is People e Who Is The Sender, i due splendidi dischi che hanno segnato la rinascita (in senso quasi letterale) di Fay. Se avete pianto con loro, preparate i fazzoletti perché Countless Branches, terzo episodio che arriva un po’ a sorpresa, è forse ancora più bello e toccante. Mezz’ora di ballate al piano, contrappuntate in modo discreto da occasionali archi, chitarre e percussioni, pescate nel baule di canzoni scritte per se stesso da Fay nei suoi anni di assenza. I testi, scritti ex novo, ruotano intorno ai temi che ci si aspettano da un uomo di 76 anni dalla sensibilità così limpida: la mortalità, lo scorrere del tempo, l’amore per i propri simili, la condivisione delle bellezze della natura e di quella meraviglia in sé che è l’esistenza.
Parole semplici ma incantatorie, proprio come le melodie pianistiche apparentemente elementari eppure efficacissime che le avvolgono. La voce sembra paradossalmente più forte e definita che nel precedente Who Is The Sender, la dimensione spoglia degli arrangiamenti dona profondità e intensità. Una scelta opportuna, questa essenzialità quasi monastica, anche se poi all’ascolto delle bonus track della versione “deluxe” – consigliatissima – ci si rende conto che gli stessi brani con l’accompagnamento di una band e un suono più corposo sono parimenti splendidi. In un caso come nell’altro, per citare il titolo del singolo, sono canzoni che ci riempiono di meraviglia ancora una volta. E anche di gratitudine verso questo anziano testimone di tempi più gentili e ottimisti. Uno che quando lo senti cantare Love Will Remain ti viene davvero voglia di credergli.
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