Recensioni

6.1

Nei primissimi anni Settanta il londinese Bill Fay licenziò due album – l'omonimo del '70 e Time Of The Last Persecution dell'anno successivo, entrambi per la Deram  – che non fecero furore ma seppero guadagnarsi un gradimento carbonaro e tenace tra gli appassionati folk-prog. Atmosfere intense, gravità e vampe fiabesche, una specie d'anello mancante tra Roy Harper e Cat Stevens. Avesse prodotto degni successori, credo che il suo nome sarebbe stato tra quelli più citati e amati della sua generazione, invece è seguito un lungo silenzio che lo ha inevitabilmente confinato ad uno stato di culto. Per affrancarsi dal quale a poco è servito l'emergere dal dimenticatoio di un lost album come Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow (Durtro, 2005) e del parzialmente inedito Still Some Light (Coptic Cat, 2010), al solito apprezzati da un nocciolo di appassionati e pressoché ignoti ai più.

Pochi quindi gli ammiratori, ma buoni. Tra cui Jeff Tweedy, che compare tra i credits (fa la seconda voce nella incalzante This World) di questo Life Is People, rentrée in grande stile che potrebbe rappresentare la meritata nemesi per Fay. Anche perché è un disco costruito per farsi apprezzare, dal piglio semplice, addirittura carezzevole, mentre gli arrangiamenti vanno dall'atmosferico essenziale allo strutturato sì ma fatta salva l'immediatezza. In questo senso spiccano la lunga Cosmic Concerto (crescendo orchestrale in bilico tra apprensione ed estasi Wilco) e l'accogliente The Healing Day, valzer lento solcato da una setosa però non stucchevole malinconia. Molto buone anche The Never Ending Happening, livida e struggente come una versione pacata del Nick Cave maturo (anche lui seguace dichiarato di Fay) e quella Empires che snocciola un avvincente rosario di cupezze avvampate blues.

C'è un problema però e affiora fin dalla prima traccia: dietro la dolce solennità, la processione di tragedie laconiche e soffice malanimo, latitano le intuizioni melodiche sia in brillantezza che in profondità. Una mancanza che le scenografie talora affascinanti (il lirismo teatrale di Big Painter, la mestizia broadwayana di The Coast No Man Can Tell) non riescono a compensare. Il gioco mostra la corda quando l'allestimento sfiora il cliché, come nel gospel di Be At Peace With Yourself o nella pur febbrile Thank You Lord. Agli estremi della proposta ci sono una rilettura essenziale (piano e voce) e appassionata ma priva di slanci di Jesus, Etc., che impietosamente svetta sul resto per efficacia melodica, nonché quella City Of Dreams che tenta di giocare troppe carte assieme (organo spacey, basso acido, drumming jazz e una diffusa aura prog psych) fermandosi ad un centimetro dal pasticcio.

La sensazione è che Fay abbia concentrato le energie per trovare una forma matura, autorevole e intensa di sé, condannando l'espressione ad una coreografia artificiosetta, lasciando la sostanza un passo indietro rispetto alla superficie. Mi vengono in mente un paio di epigoni che – ahilui – avrebbero qualcosa da insegnargli.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette