Recensioni

7.6

Scaricati i Coral nel 2008 (formazione di cui era una delle colonne portanti con la sua chitarra), Bill Ryder-Jones ha scelto il basso profilo. Un po' per carattere (analogamente a quel Nick Drake di cui si dichiara da sempre fervente ammiratore), un po' perché attratto da una musica portata a sedimentare e a cibarsi di luoghi, persone e intuizioni esterne al carosello mediatico che da sempre accompagna la band di Liverpool. Tempo di visioni e letture, insomma, di silenzio e paesaggi. Per dar vita a spartiti lontani dal pop e calati in un immaginario classico, lentissimo e tutto da costruire.

Se l'EP A Leave Taking Soundtrack uscito a settembre di quest'anno ha rappresentato un po' le prove generali per un artista impegnato a prendere le misure al nuovo formato (la soundtrack), l'If… che abbiamo tra le mani si dimostra opera compiuta e finanche sorprendente. Dieci (quasi) strumentali registrati col contributo della Liverpool Philharmonic Orchestra che fanno da ideale colonna sonora non a una pellicola, bensì a un romanzo del nostro Italo Calvino: quel Se una notte d'inverno un viaggiatore (in inglese If On A Winter’s Night A Traveller, da cui il titolo del disco) che da esempio fulgido di meta-letteratura si trasforma, nell'immaginario di Bill Ryder-Jones, in un'opera orchestrale a metà strada tra Yann Tiersen e il Nick Cave/Warren Ellis di The Road. Con in più un carattere romantico (The Reader), minaccioso (If…), introspettivo (Some Absolute End – The End), alle volte drammatico (Enlace), tutta farina del sacco dell'ex Coral.

Non si sa da dove partire per descrivere il materiale: se dagli inseguimenti d'archi di una title-track malinconica e solenne o da una By The Church Of Appollonia che ammicca a suo modo a certe angosce targate Black Heart Procession / Leonard Cohen, dal folk dimesso di Le Grand Desordre (uno dei pochi episodi cantati) o dalle mire cameristiche di Leaning (Star Of Sweden). Certo è che il materiale registrato nasconde uno sturm und drang d'altri tempi, oltre a dimostrarsi opera autarchica e a sé stante. Un fantastico notturno che sa di onirismo, il cui pregio maggiore rimane la capacità di svicolare dall'immobilismo e da quel senso di superiorità intrinseca che talvolta finisce per imbrigliare produzioni sul genere di compositori anche più affermati. Sacrificando l'etichetta in favore di un senso di inquietudine – c'è da dire tutto inglese – da cui non si riesce (per fortuna) a fuggire.

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