• giu
    01
    1958

Giant Steps

Columbia Records

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Il 19 febbraio del 1958 Lady Day fece il suo ingresso negli studi newyorkesi della Columbia. Ad attenderla c’era un’orchestra di 40 elementi allestita e diretta da Ray Ellis. La donna appariva timorosa, consapevole di quanto la propria esistenza scellerata ne avesse straziato gli enormi mezzi vocali. Un tempo la sua voce suonava come un prodigio, tanto da convincere John Hammond, mai abbastanza lodato talent scout, a strapparla diciottenne dalla desolazione dei bordelli di Harlem. Diversamente, il mondo non si sarebbe mai accorto di lei, della sua capacità di muoversi sul tempo – di strapazzare il tempo – dominando l’agogica con mostruosa naturalezza.

Per Billie Holiday – al secolo Eleanor Fagan Gough – arrivò il successo, sulla scorta di interpretazioni straordinarie, capaci ancora oggi di accartocciarti il cuore. Indole brusca e incontenibile, nel ’39 si appropriò letteralmente (spacciandolo per suo) di Strange Fruit, un pezzo di Abel Meeropol col quale sconvolse l’auditorio bianco sbattendogli in faccia l’orrore delle violenze razziali. L’auditorio bianco, ovviamente, non gradì. Il carattere era tosto, ma un totale disincanto ne faceva l’anello debole della catena. Schiava della propria impetuosa fragilità, di ferite che non rimarginano, di alcool e droga, all’apice della fama conobbe il carcere e l’infamia. Tanto che in quel febbraio del 1958, a 43 anni, Billie Holiday si era fottuta assieme ad un bel po’ di voce anche parecchia credibilità.

Ma si era innamorata di nuovo. Di un disco: Ellis In Wonderland di Ray Ellis. Aveva bisogno di paradiso, di un’orchestra che la avvolgesse come una bambagia sprimacciata dai cherubini. Proprio così: a volte il paradiso somiglia all’ultima possibilità. Così Lady Day si ritrovò davanti agli archi, ai legni, alle pelli, al pianoforte del fido Mal Waldron, agli ottoni dei grandi Mel Davis e J.J. Johnson. E ad Ellis che la guardava. Ad Ellis che sapeva. Sapeva che quella voce un tempo tutto uno zampillare sanguigno e setoso aveva smarrito forza, lucidità, forse convinzione. Nulla però si poteva contro il destino, e il suo era cantare il dolore, la corruzione dell’anima e della carne, l’impossibilità di una speranza pura, di una luce priva d’ombre, di verità senza menzogna.

Ne sarebbe uscito un disco strano e lancinante. Controverso. Bellissimo. L’orchestra di Ellis è come un sudario di seta che avvolge la voce di Billie-Eleanor, ormai puro strumento di materia indefinibile, increspatura emotiva che procede inciampando e caracollando. Ma senza incertezze. E senza pace. Anche se la pace è proprio lì, dietro l’angolo. Nei dolci disperati j’accuse di I’m a Fool to Want You e You Don’t Know What Love Is. Nell’implorazione struggente di For Heaven’s Sake. Nel dinamismo rugoso di You’ve Changed. Nella grazia stropicciata di The End of a Love Affair. Ecco, Lady Day era ancora capace di tutto col poco che ne era rimasto. Anche questo Ray Ellis sapeva, quando la vide entrare negli studios, intimidita di fronte alla grande orchestra. Fu allora che fece partire l’applauso.

1 marzo 2010
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