• Mar
    01
    2005

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Warner Music Group

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L’esordio solista di Billy Corgan: lo dici così, e quasi non sembra vero. Comunque, temevo rappresentasse l’atterraggio rovinoso dopo una caduta a precipizio lunga due album (Machina e Mary Star Of The Sea a firma Zwan) che dire catastrofici è poco. Invece, giunto a pochi centimetri dal suolo, il buon Billy afferra la leva di sicurezza e apre il paracadute: un vivido, sfrigolante, appiccicosetto paracadute elettro-rock, senz’altro memore degli esiti conseguiti assieme alla buona stella New Order qualche anno fa. Trovare il punto di fusione tra ruvidezza rock e iridescenza synth-pop non deve essere stato così difficile, anzi sembra proprio che Corgan abbia abbracciato a bella posta ipotesi soniche già Depeche Mode (il mortaio wave Mina Loy) quando non Japan ( la vischiosa Sorrows) o XTC (l’ammaliante Pretty, Pretty STAR), sfiorando lubrici afrori Frankie Goes To Hollywood in A100 e omaggiando alla bisogna la wave-soul di stampo Notwist come in The Camera Eye.

Crogioli di chitarre, moog ghignanti, distorsioni magmatiche, quadrature ritmiche in spregio ad ogni rischio di prevedibilità: una ricetta che si è dimostrata valida in molte circostanze, a patto che le intuizioni melodiche da “cucinare” dimostrino anche solo una parte della freschezza ardente dei bei tempi Pumpkins. Invece, e purtroppo, tocca fare i conti con episodi quali Now (And Then), che potrebbe essere la mutazione wave di una ninnananna folk alla Galapagos, che vorrebbe rivangare certi delicati deliri My Bloody Valentine, invece non sa andare oltre le temperature emotive degli ultimi bolsi e patinati U2. O quella All Things Change che ci prova col trucco vecchio come il cucco del chorus prima delle strofe, ma l’uno è banalotto e le altre balbettano che ti cadono le braccia (e anche il resto). C’è poi il vacuo allarme di Walking Shade, la lancinante insulsaggine di DIA, una I’m Ready che ci vorrebbe il sex appeal bionico di una Kilye Minogue

Sarebbe ingeneroso parlare di fallimento, vista anche la buona cover di To Love Somebody (antico pezzo Bee Gees), percorsa da una raggelata disperazione The Cure (c’è infatti Robert Smith a chitarra e cori, più qualcosa della sua anima negli struggenti bordoni di synth), e soprattutto la conclusiva Strayz, col suo disegnare meste delicatezze e cupe sospensioni, con le linee di basso soul/jazz e le belle rifrazioni di tastiera e i ben incastonati sfrigolii glitch, con la voce – quella intrattabile, capricciosa, eternamente risentita di Billy – che sembra infine vera, come a svelare il gioco giocato finora.

No, non è un disco da buttare, è un disco che si macchia di un peccato madornale: per non rischiare le velleità precedenti, si limita ad essere quasi inutile. Educato all’inutile.

1 Aprile 2005
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