Recensioni

7.3

Dalla copertina si potrebbe pensare a uno di quei dischi prog degli anni Settanta: colori acidi, una montagna (del “per sempre”) che si staglia su un paesaggio psichedelico che per colori e composizione ricorda quello di House of the Holy dei Led Zeppelin. Di quel mondo musicale qualcosa traspare qua e là, ma questo disco è la seconda fatica di un duo jazz che sta facendo molto parlare di sé in quel di Londra. Almeno da quando nel 2016 ha licenziato l’esordio Dem One, inanellando premi e critiche positive. Emersi grazie al lavoro di turnisti e support band nel giro londinese, i due continuano a presentarsi con una formazione atipica (batteria per Moses Boyd, sassofono tenore per Binker Golding) senza che questo limiti in modo alcuno la loro creatività. A colpire è la fluidità del fraseggio di Golding e la palette di colori che Boyd riesce a tirare fuori soprattutto dalle pelli. Provate a prendere la caraibica e sonnyrollinsiana Fete By The River: alle melodie e al beat che sorreggono il brano, Boyd riesce ad aggiungere suoni profondi che non fanno mai rimpiangere l’assenza del basso.

In alcuni momenti (Intoxication From The Jahvmonishi Leaves) emerge un funky appassionante che Boyd sorregge suonando quasi rock e che mira a James Brown; altrove (The Shaman’s Chant) i due si lasciano andare a tribalismi sfrenati, con tocchi esotici che permettono a entrambi di mettere in mostra ancora una volta la loro duttilità. Sarebbe già un gran disco, ma con le prime sette tracce abbiamo percorso soltanto metà della strada verso la montagna: una seconda parte la troviamo nel secondo CD che compone l’album, quello inciso in compagnia di Evan Parker, Byron Wallen, Tori Handsley, Sarathy Korwar e Yussef Dayes. Qui la tavolozza sonora si allarga ancora per comprendere vocaboli che provengono da linguaggi che negli ultimi anni hanno contaminato il jazz, come i tocchi folk e new age (Gifts from the Vibration of Light) e la musica dell’Asia centrale islamica (The Valley of the Ultra Black, Echoes From the Other Side of the Mountain). L’anima notturna e urbana del jazz londinese contemporaneo qui prova ad andare a braccetto con tensioni sacre e spirituali che sono da sempre una della anime della musica. Ma a rimane viva nella memoria è soprattutto la prima parte del programma, quella in solitario del duo, contemporaneamente già classica e personale.

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