Recensioni
Bonnie "Prince" Billy
Epic Jammers and Fortunate Little Ditties
-
Marco M. Boscolo
- 14 Aprile 2016

Questa è la storia improbabile di una collaborazione tra due soggetti musicali che nulla sembrerebbero – di primo acchito – avere in comune, motivo per il quale un intero disco votato a questo scopo parebbe essere un fallimento fin già sulla carta. Eppure ha avuto un precedente, un paio d’anni or sono, in un album tributo all’icona british folk Shirley Collins. Questa è la storia in cui si scopre che una delle due parti, nella fattispecie Bonnie “Prince” Billy, colleziona da oltre trent’anni i cartigli dei biscottini della fortuna dei ristoranti cinesi. Perché lo faccia, non è dato saperlo (e forse non lo sa nemmeno lui), ma proprio questi sono parte della materia in causa, leggasi i “fortune little ditties” del titolo. Questa è anche la storia in cui un trio che da qualche tempo si dedica con convinzione a costruire suoni reiterati, tra il cosmico lato Popol Vuh e il weird lato Arkon/Family, con un gusto spiccato per la jam improvvisata, in fondo sembra avere una connessione con il cantautorato country/folk.
Questa è, però, la storia in cui si impara che anche i grandi possono cadere, che non sono – pur senza volervi scorgere malizia – immuni dal peccato di arroganza. Un’arroganza, si badi bene, che non ha nulla a che vedere con gli uomini che compongono questo ensemble per un giorno, ma con lo status di culto che Will Oldham ricopre nel cantautorato contemporaneo, una posizione giustificata da una carriera eccezionale in termini di qualità e quantità di capolavori messi su disco. Ma essere il musicista dietro al moniker Bonnie “Prince” Billy comporta anche una proporzionale responsabilità nei confronti dell’ascoltatore.
Non basta adattare la propria voce iconica alle ostinate texture ambient-musicali per adagiarvi ripetuti motti da fortune cookie nell’arco di una giornata passata assieme. Perché di questo, in fondo, stiamo parlando: una jam session di un giorno in cui la reciproca stima tra i musicisti impedisce di sedere a un tavolo e pensare insieme a quello che si vuole ottenere in sede compositiva. Sì, perché anche se di tracce frutto di session improvvisate si tratta, non significa che non si possa decidere in che direzione andare, da che canovaccio partire. Qui si nasconde la spiegazione del nostro uso del termine “arroganza” poche righe fa: pensare che siccome siamo tutti bravi, qualsiasi cosa esca da un nostro brainstorming sia buono di per sé, senza filtri, senza la necessità di un processo compositivo e di un tempo per metterlo in atto. Che poi il risultato non sia spiacevole all’ascolto, e trovi qualche picco di interesse nei layer di effetti sulla voce di Oldham in Dispair Is Criminal, nella nenia di Nature Makes Us For Ourselves o nelle sfumature di Your Heart Is Pure, Your Mind Is Clear, Your Soul Devout, non salva un disco che meritava altro approfondimento in sede di concepimento.
Amazon
