• Ott
    01
    2011

Album

One Little Indian

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Si rischia di scordare la musica, le canzoni nel caravanserraglio mediatico allestito dall'islandese per questo nuovo lavoro. Un album? Macché. Il progetto è molto più ampio, muove dalle meditazioni filosofico-scientifiche attraversando come neutrini superluminali la teoria musicale, per andare poi bellamente a sbattere – pervadendole – su metafore socio-esistenziali. Parabola umana troppo umana che spazia dal cosmico al microbiologico passando dal geologico: una poetica insomma parecchio strutturata che offre pretesto per dare corpo ad una app che farà la gioia di tutti i tablet-dipendenti, ulteriormente solleticati dal fatto che molte delle registrazioni sono state realizzate con un iPad. Considerata poi l'apoteosi feticistica – destinata per molti a rimanere puro desiderio – della deluxe edition da oltre 500 euro, non si può dire che sia un'uscita di quelle che passano inosservate.

Viene da chiedersi: si tratta di rumore accessorio frutto della ben nota fregola arty di Björk o dobbiamo accettare la possibilità (la necessità) che un'uscita discografica sia ormai un evento multidisciplinare, di cui la musica è un aspetto portante ma non più centrale? Sia come sia, in mezzo a tanto hype rischiamo, appunto, di scordare le canzoni. Le quali da par loro compensano il deficit di centralità con una rediviva efficacia rispetto agli ultimi due opus, vuoi anche per la scelta di soluzioni d'arrangiamento essenziali ma in compenso (ovviamente) studiatissime, un po' come accadeva ai tempi dell'eccellente Vespertine, tenuto conto delle diverse premesse estetiche. Parliamo comunque di un disco bjorkiano dalla prima all'ultima nota (e tra le note), mosso cioè dalla brama di mettere in discussione il "corpo" del suono proprio come il corpo – recipiente e simbolo di tutto ciò che concerne l'umano – viene sottoposto alla pressione mutante dei nuovi contesti, senza mai perdere di vista il lavorio delle forze ataviche, la potenza invisibile delle leggi di natura.

Un agone – mi sia consentito dire – kubrickiano che trova puntuale riflesso nella bella Cosmogony, nella quale un afflato melodico da musical anni Cinquanta decolla nello spazio profondo intanto che il coro inuit ci apparecchia un bordone angelicamente angoscioso, al punto da farti ripensare alle sequenze del monolite (il tablet primigenio?) in 2001 – Odissea nello spazio. Ecco, questo è quello che più ci piace di Björk, l'utilizzo di materiale pop con finalità espressive "alte", di ricerca anche spirituale, tenendo salda la barra della spettacolarità. In questo senso, Virus fila dritta nel miglior canzoniere dell'islandesina, con le sue evoluzioni vocali accorate e l'ipnotico incrocio d'arpeggi orientaleggianti. Assieme a lei Crystalline, dramma algido ed esotismi stranianti (da sottolineare l'uso del "gameleste", una diavoleria a metà strada tra gamelan e celeste) cotti su una graticola sincopata destinati ad incendiarsi drum and bass nel caotico finale.

Buone notizie anche da Moon col suo loop onirico e da quella Thunderbolt che accende le bobine di Tesla facendo ripensare a certe soffici inquietudini del primo Peter Gabriel. Altrove gli intenti sembrano sovrastare le possibilità, ad esempio in una Dark Matter che s'accartoccia ostica un attimo prima di sembrare affascinante, in una Hollow che s'accontenta di sembrare Saint-Saëns dentro un incubo androide scordandosi di azzeccare la melodia, e in quella Mutual Core che tenta di saldare due buone idee – le strofe suadenti ed un ritornello che sussulta latinerie sintetiche – ma abbastanza estranee tra di loro.

Da tutto ciò esco con la sensazione che l'ex-Sugarcubes abbia accettato di buon grado il fatto di non poter più competere sul fronte dell'avanguardia musicale. Magari neanche le interessava più, dopo tanto avanguardizzare, e ha preferito allargare il raggio d'azione nel solco delle possibilità e modalità offerte dai nuovi media, obbedendo così al bisogno impellente di portare lo sguardo sempre un passo oltre i margini rassicuranti del consolidato. A costo di sembrare un po' sola in questa corsa verso l'inedito prossimo venturo. 

9 Ottobre 2011
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