• Set
    01
    2005

Album

Polydor

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Non si può certo dire che Björk si adagi sugli allori e viva di rendita, anzi, la sua voglia di stupire sembra essere addirittura eccessiva.

A distanza di appena un anno da Medulla, disco coraggioso e supponente al tempo stesso, la Nostra ritorna sugli scaffali di dischi, con questo Drawing Restraint 9: si tratta della colonna sonora dell’ultimo film del marito, Matthew Barney, il celebre deus ex machina di Cremaster, nonché unico uomo vivente a godere di una retrospettiva al Guggenheim di New York. La parola film forse non è propriamente corretta. Dovrebbe trattarsi, infatti, di una sorta di strana installazione visiva/filmica destinata a girare solo in ambiti molto ristretti e ricercati, come la Biennale e il Festival del Cinema di Venezia, dove è in concorso nella sezione parallela “Orizzonti”.

Girato presso il lago di Nagasaki, a bordo di una baleniera giapponese, il film vive e respira atmosfere nipponiche, che vanno dalla cerimonia del tè, alle usanze di matrimonio scintoista. Tutto questo traccia la cornice che inquadra il lavoro di Björk, che alla tradizione musicale e sonora del Giappone fa esplicito riferimento, a partire dall’uso delle tecniche di canto noh (noh, in giapponese, significa abilità e indica una particolare forma di teatro, che vive della combinazione di canto, danza e musica) che aveva già utilizzato per Medulla. Ne è un esempio Holographic Entrypoint: dieci minuti di contorti avvitamenti vocali degli artisti Shiro Nomura e Shonosuke Okura, supportati dal solo battito di una ciotola giapponese. Un ulteriore trademark del sol levante è dato dalla presenza di Mayumi Miyata, una virtuosa dello sho, uno strumento a fiato antichissimo, composto da 17 canne.

Ma la folla di collaboratori non si estingue solo ad artisti giapponesi, e il primo brano, Gratitude, svela subito in apertura un Will Oldham, che spaesato come un pesce fuori dall’acqua, presta la sua caratteristica voce, fragile fragile, sempre sul punto di rompersi, ad una costruzione sonora tipicamente bjorkiana, intessuta dall’arpa di Zeena Parkins, dalla cèleste di Jónas Sen e da un coro di bimbi nipponici sul finale.

Altra presenza di prestigio è quella di Akira Rabelais, lungimirante artista elettronico, che presta il suo estro per costruire una misteriosa e spettrale base di piano per Bath. La voce di Björk, trattata elettronicamente, entra ed esce, come un sussurro che si sdoppia e si triplica. Il secondo brano, Pearl, si fregia del contributo di Tanya Tagaq (stimata cantante inuit specialista del throat singing) che viene supportata dallo sho di Mayumi Miyata, nella sua opera di moltiplicazione delle tracce vocali. Altri momenti peculiari del disco sono costituiti da Hunter Vessel, strumentale interamente costruito con strumenti a fiato, e che parte grave riecheggiando il suono di una nave in partenza; Ambergris March, ballata elettronica orchestrata da Mark Bell, che ricorda gli onirici incastri sonori dei Piano Magic ed in particolare del side project di Glenn Johnson, i Textile Ranch. La vera perla del disco però, probabilmente, è Storm: un lied romantico e frastornato, allestito dalla maestria di Leila, che in fase di programming crea e veste il palcoscenico ideale per i vocalizzi della star islandese.

Questa soundrack, sebbene viva dei problemi tipici di prodotti del genere, ovvero il mancato supporto delle immagini, è estremamente interessante per i presupposti e per le intenzioni. Se costituisse la base per il nuovo disco effettivo di Björk, la cosa non potrebbe che renderci felici. Quello che la Nostra dovrebbe però evitare, è di incamminarsi progressivamente verso il sentiero rosseggiato dell’elitarismo fine a se stesso. Un’artista del genere dovrebbe assimilare l’avanguardia e spiegarla alle masse, con parole semplici seppure ricercate. Ci ha già provato, con risultati alterni, in Medulla e questo Drawing Restraint 9, va in parte nella stessa direzione, in parte rimane un esperimento di laboratorio interessante, ma superfluo. Staremo a vedere. Anzi, a sentire.

1 Ottobre 2005
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