• ago
    01
    2004

Album

One Little Indian

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Mai come in questa ultima fatica Björk ci è apparsa tanto ossessionata dalla compenetrazione corpo-macchina, virtuale-fisiologico, digitale-umano. Se nel precedente Vespertine (Polydor / Universal, 2004) accoglieva l’arte dei Matmos come un’illuminazione – affidando ai due elettromanipolatori la tessitura dei beats, ragnatele sintetiche in cui s’impigliavano i singulti e i sospiri – in questo Medulla avviene un deciso spostamento dell’obiettivo (attra)verso la carne, una dimensione per così dire fisiologica, “culturalmente” corporea, di cui i beats realizzati “a voce” non sono che il riflesso “formale”. Corpo che canta il proprio dissolvimento nell’era digitale, tendente all’espressione/rappresentazione virtuale di sé, il processo di mimesi (nel) digitale come una malattia perniciosa, progressiva, irreversibile. Potremmo leggerlo dunque come un allarme, contagio che invade l’umano fin nel midollo (medulla, in latino), soggiogando l’anima e la voce per dirla. Abitanti in mutazione di una realtà mutante, normale adattamento evolutivo alle istanze dell’artificiale.

La conseguenza è un arretramento della componente elettronica, appena evidente come in Desired Constellation (ballata di palpiti, sussurri e rapidi incendi vocali) oppure decisiva ma stemperata in una fauna rutilante di strumenti-simbionti “umani” come in Mouth’s Cradle (aura world-music strinata tra le inquietanti evoluzioni “angeliche” dell’Icelandic Choir), Who Is It (ansiti, tramestii e basse frequenze in derapage per un funky capriccioso) e nella pazzesca Where Is The Line (cui Mike Patton – i suoi polmoni, la gola, il naso, il diaframma, la lingua, il corpo – regala grottesche convulsioni ritmiche, per un risultato curiosamente simile a quanto ottenuto da Marco Parente in Fuck (he)art, Let’s Dance). Björk sembra dunque svolgere un’indagine più accurata che accorata sulle tracce del fattore umano presente e prossimo venturo. Il suo è uno sguardo inesorabile, algido e surreale che abbraccia modi e forme perlopiù “tradizionali” (in senso björkiano) trasfigurandone le sagome all’interno di un incanto apocalittico, vibrazione poetica che li rende oggetti di un’avanguardia già appassita, consumata dalla propria funzione di denuncia, di catastrofe in corso o già avvenuta.

Il ventaglio stilistico è più ampio di quel che sembra sulle prime, è come muoversi in una fitta oscurità scoprendo sempre nuovi angoli di improvviso chiarore. Vedi come l’avventurarsi solitario ed esclusivamente vocale di Show Me Forgiveness e Oll Birtain raggiunge esiti lontanissimi, peana malinconico la prima e trasognata schizofrenia “a cappella” la seconda, oppure come si passi dal madrigale di Vökuró (viene in mente la Nico di Desert Shore e Marble Index) al tango post-moderno di Oceania (apice cinematico a cura di un liquido London Choir). La solennità delle esecuzioni è sempre sul punto d’incrinarsi nel trasporto emotivo, eppure mai si abbandona né tantomeno gioca con limiti e confini come è accaduto in passato. Ecco, forse è proprio questo il punto debole dell’opera: non riesce a convincerci appieno riguardo all’urgenza di tanta più o meno dissimulata austerità. Sembra fondarsi su un’importanza, una necessità che è lontana dall’avvenire oppure – peggio – già estinta. Voglio dire, suona lezioso quel porsi fuori dall’oggi, sul piedistallo della propria autoreferenzialità, come nella canterbury “d’arredo” di Submarine (fautore assieme a Björk un Robert Wyatt inquietante e ispirato, entrambi però finiscono col sembrare didascalie di se stessi).

D’altro canto potremmo affrontare Medulla con spirito ben più “leggero”, penetrarlo poco sotto la superficie, farlo scorrere al modo di uno dei tanti possibili diversivi sonici con cui ingannare le noie quotidiane, come sembra suggerire la conclusiva Triumph Of A Heart, che riesce a convincere circa quello che Björk potrebbe ancora (una originalissima, disarticolata, sconvolgente allure danzereccia) se volesse limitarsi a passare alla cassa: ne sortirebbe così un’esperienza d’ascolto complessa ma gradevole, inquieta e appassionata, a tratti bizzarra e persino aliena. In una parola, divertente. È dunque disco versatile come sanno esserlo certi classici, per quanto una sentenza tanto impegnativa debba attendere la camera di consiglio del Tempo. Non resta che sottolineare il fascino straordinario dell’insieme, soprattutto di tracce come Pleasure Is All Mine (prodigi vocali in chiaroscuro tra il morboso e il paradisiaco, la cupezza celestiale dell’Icelandic Choir e il mugugno sulfureo di Patton) e Ancestors (un piano sperduto tra gemiti, sospiri, grida e orgasmi a cura di Björk e Tanya Tagaq).

Sempre un passo più avanti o di lato, dove ciò che è stato diviene ciò che accadrà, oppure – più banalmente – lo stile si traveste d’avanguardia: in un senso o nell’altro, ineguagliabile Björk.

1 agosto 2004
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