• mag
    01
    2007

Album

One Little Indian

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Col sesto album vero e proprio Björk opera una sintesi febbrile di quanto sperimentato in quasi tre lustri di carriera solista, senza che questo significhi smettere di pensare progressivamente. Certo, la musicista islandese non è più quel simbolo onnicomprensivo, la musa della techno-pop con ramificazioni imprevedibili e disparate, ma si dimostra una volta di più – e sempre più – padrona di un linguaggio multisfaccettato, figlio di mille complessità affrontate, vissute, risolte. La costante ricerca del perfetto punto di equilibrio tra pop e avanguardia produce oggi una concisione ficcante, un codice basato su pochi elementi ma potenti, pregni di significato come graffiti atavici. Basti sentire il singolo Earth Intruders, edificato sulla sola triangolazione tra le percussioni dei congolesi Konono N°1, gli abrasivi riff sintetici e la danza della voce. Eppure sembra molto di più, rivanga la florida frenesia etnica dei Talking Heads eniani, quella compenetrazione etnico/tecnologica tra il minaccioso ed il liberatorio.

Naturalmente, laddove l’idea di Byrne incarnava la globalizzazione estetica in corso, quella rappresentata da Björk è già avvenuta, metabolizzata ed oltrepassata. Un linguaggio nuovo che il linguaggio deve imparare, sta imparando. Ecco quindi che Volta guarda al presente con un’urgenza metaforica pressoché inedita. E’ una preghiera e un grido d’allarme, è lo sforzo presuntuoso e ammirevole di identificare il gesto artistico col (corpo e col) mondo. In questo senso, nulla è passato invano. Non le implosioni fisiologiche ed esistenziali di Medulla e Vespertine, non le sbrigliate escursioni ritmico/atmosferiche di Debut e Post, non la sublimazione spirituale/geografica di Homogenic. Basta scorrere le tracce per rilevare – fin dai titoli – impronte di passato riarticolate in un presente ancora vivo. Come gli ansiti sintetici su languido sfondo orchestrale di Vertabrae By Vertabrae, l’identificazione panica di Pneumonia, la scabra delicatezza da giardino orientale di Hope, mentre Innocence riesuma spasmi da beatbox per un electro-funk crudo e liberatorio che la candida al ruolo di moderna Violently Happy.

Prosegue quel gioco folle e sottile di rimandi simbolici, dove il battito delle percussioni è il cuore (del corpo, della Natura), i fiati il respiro (muggiti di vento nei fiordi o di navi in partenza, un po’ come i Sigur Ròs di Ny Battery), le ritmiche digitali sono il reticolato nervoso dei codici metropolitani, mentre il fluire chimico dei synth rimanda allo scivolare dei fiumi sopra e dentro la terra. Istanze umane e naturali, arcaiche e futuriste, sonore e visuali: Björk non si smentisce. Anche se si rivela deludente – lo era anche sulla carta – la scelta di Antony quale partner nella melodrammatica The Dull Flame Of Desire e in My Juvenile. L’angloamericano appare ormai imbalsamato nel suo lirismo statuario, tanto considerevoli i suoi mezzi quanto già abbondantemente profusi ed esauriti. Di contro, la scelta dell’acclamatissimo Timbaland quale co-produttore (accanto al fido Mark Bell) sembra aver sortito gli effetti sperati, ovvero una freschezza aggressiva, graffiante.

Ma la vera sorpresa arriva da Declare Independence, electro punk acre a sbranagola come potrebbe una PJ Harvey aizzata dai Suicide, brusca auto-affermazione che comprime individuale e collettivo, particolare e  indistinto (il pezzo è dedicato alla questione delle Isole Fær Øer e della Groenlandia, alla ricerca della totale indipendenza dalla Danimarca). E’ l’ennesima sfaccettatura di Björk, quanto mai inattesa, giacché neanche nei ben più scellerati contesti Tappi Tikarras, Kukl e Sugarcubes aveva toccato tanta asperità espressiva.

Un album vivo insomma di un’artista che prova a mantenere alta la febbre, pasturando una gioiosa irrequietezza con la brama di nuove conquiste espressive. Il meglio è alle spalle, ma il presente non può ancora fare a meno di lei.

1 Maggio 2007
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