Recensioni

6.5

Ci avevano illuso, o meglio ci eravamo illusi noi, che un bel debutto avrebbe portato chissà quali meraviglie future: invece solo una serie di dischi nella media, con qualche incertezza, ma a onor del vero dignitosi. È andata così e la storia dei Black Rebel Motorcycle Club si conferma anche in questa nuova prova di studio a quattro anni da Specter at the Feast. Peccato, innamorati delle chitarre dell’esordio e di una melodia come quella di Head Up High abbiamo creduto – abbiamo voluto crederci – per un attimo che il boom dei BMRC e le contemporanee esplosioni di Strokes o White Stripes fossero l’annuncio di qualcosa di grosso, e che per il sound del rock and roll si trattasse di una vera rinascita, non di un semplice revival. Vabbe’.

Smettendola di proiettare inutilmente su di loro i nostri rimpianti, diciamo che Peter Hayes e Robert Levon Been, insieme a Leah Shapiro, che da dieci anni ormai siede fissa alla batteria, la loro rotta l’hanno sempre mantenuta, più o meno lineare e con pochi sbandamenti o cadute. A tutt’oggi tengono duro sulla cosa che sanno fare meglio: rock and roll venato di effettismo psichedelico e sfumature tendenti al gotico ottantesco (dark per gli amici), come dei Jesus and Mary Chain di fine anni ’80 in trasferta dalle parti di Joshua Tree (prendiamo oggi King of Bones: ha proprio questa traiettoria incisa sotto la sua pelle musicale). E per un po’ di pezzi solo prevedibili, ce ne sono altri che obiettivamente fanno bene il loro dovere. Haunt, con la sua melodia sonnacchiosa, si fa spazio con scaltra destrezza. Altrettanto si può dire di Echo e della sua filastrocca pyschosoul che nel ritorno di quest’anno dei fratelli Reid non avrebbe sfigurato (anzi, avrebbe fatto guadagnare qualche frazione di punto al disco in quanto a jesus&marychainitudine…). È nella ballata sorniona, nel pezzone melodico condito di chitarre acidamente noisy  (Ninth Configuration) o infilato in uno strano sogno di tastiere sixties (Circus Bazooko) che i Black Rebel tirano fuori il meglio, più che dai pezzi rock tirati ridotti a un paio di affondi.

Cosa è successo al loro rock and roll quindi? Si è stemperato col tempo nella forma melodica di psichedelia che unisce le suggestioni brit con quelle desertiche e californiane. I pregi e difetti li sappiamo a memoria ormai. Eppure il trio di San Francisco (ma sempre velatamente anglofilo) resiste, resiste e resiste – bisogna dargli atto anche solo di questo – e a tratti sa andare oltre il compitino. Il torto è probabilmente nostro nel chiedere di più…

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