Recensioni

Non sono pochi quelli che pensano ai Black Sabbath come al gruppo a cui andrebbe assegnata di diritto la palma di primo complesso di “metallo pesante” propriamente detto. Certo, i quattro di Birmingham sono stati forse i primi a codificare su larga scala un suono dark e heavy e un immaginario strettamente connesso, improntato ai temi dell’occulto, della guerra, dell’apocalisse nucleare, dell’alienazione mentale e di un lato oscuro che toccava più o meno tutti i riflessi dell’animo umano. Per questo sono – giustamente – celebrati.
Che abbiano o meno “inventato” loro l’heavy metal è questione su cui si può discutere, spostando magari i termini della discussione sull’uso del termine “inventare” in musica. Nessuno può invece negare l’imprimatur su una certa scuola metal, né, tantomeno, l’ispirazione primigenia per le sue propaggini come doom e black. Ma il bello dei Sabbath è che la loro influenza non si ferma qui – e già sarebbe abbastanza. Sono un patrimonio di tutto il rock, non soltanto della sua parte più “estrema”; il loro retaggio tocca generi come il dark (pensiamo al sepolcrale giro di basso di Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus, tre note perentorie come quelle del riff di Black Sabbath), ma soprattutto il grunge, lo stoner e una buona fetta di rock alternativo del più o meno recente passato. Chi è cresciuto negli anni ‘90 ha assorbito di riflesso i loro riff attraverso Nirvana, Soundgarden, Smashing Pumpkins, Kyuss e Rage Against The Machine, per non fare che qualche esempio. Perciò il ritorno di Ozzy Osbourne accanto a Tony Iommi e Geezer Butler è un avvenimento che non si poteva non celebrare.
Il linfoma che ha colpito il chitarrista ha fatto saltare, nei fatti, posticipato il tour della reunion – Ozzy & Friends non era la stessa cosa – ma non il completamento di 13. Tutti hanno augurato a Tony di avere la stessa tenacia dimostrata nel continuare a suonare dopo l’infortunio sul lavoro che poteva stroncare la sua carriera di musicista. Alcune scelte che hanno forgiato il sound dei Black Sabbath sono la conseguenza proprio delle limitazioni dovute all’incidente in fabbrica, in cui il Nostro aveva perso le falangi del medio e dell’anulare della mano destra (lui, chitarrista mancino): nascono così le accordature ribassate, il segreto di quel suono cupo e pastoso.
Con il primo album, i Black Sabbath creavano oltretutto un concept, quello dell’horror rock, mutuato dai film della Hammer o di Mario Bava e tradotto rispolverando – vestita di nuovo – una vecchia eresia dei manuali di composizione: l’intervallo di tritono, così dissonante che nel Medioevo l’avevano ribattezzato diabolus in musica. Più letterali di così, si muore… Ai critici che li accusavano di essere una copia più monolitica dei Cream (e che finirono poi per diventare dei sostenitori, leggi: Lester Bangs), rispose lo stuolo di ammiratori che eresse monumenti a quella potenza ottundente e fece di Paranoid – un riempitivo buttato giù in venti minuti, sorta di Satisfaction suonata da zombie robotizzati – il brano che dà il titolo al secondo LP e il cavallo di battaglia sempiterno, quello che non può mancare in nessun concerto; per alcuni, addirittura “la canzone che ha inventato lo speed metal” (e ci risiamo….).
Scelte compositive in apparenza dozzinali, come il basso, la chitarra e la voce che riprendono all’unisono la stessa frase (la cantilena di Iron Man) o i riff così pesanti ma melodici e, appunto, cantabili, tanto da scandirsi immediatamente nella memoria – di War Pigs, Electric Funeral, Hand of Doom – inevitabilmente colpiscono dove vogliono, come le pellicole che hanno ispirato le loro sfumature orrifiche. Sono gli “effetti speciali” di quei film trasferiti sul piano della musica. I Black Sabbath non creano dal nulla: le strutture musicali, dalle variazioni sullo schema delle dodici battute agli accenni di jam session, provano la filiazione di questa covata “malefica” nel grembo del rock blues inglese, di cui l’hard rock e l’heavy metal rappresentano uno dei principali effetti collaterali. E come per magia, naturalmente nera, questo suono metal primordiale contiene una vaga prescienza di quello che sarà il punk rock e agganci con la psichedelia (il trip spaziale di Planet Caravan, ma non solo); proprio i due generi con cui si andrà a ibridare nei decenni successivi, creando le forme a cui abbiamo accennato, grunge e stoner.
Tante ramificazioni per un disco così semplice; che ci fosse davvero sotto lo zampino del maligno? Qualche odorino di zolfo non lo sentite anche voi?
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