• set
    01
    2008

Album

In The Red Records

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La musica dei Black Time è estrema senza essere sperimentale. Voce urlata, lo-fi, classicamente garage-punk; chitarra sporchissima a sovrastare con un volume evidentemente alieno al raziocinio tutta la strumentazione; marzialità veloce; produzione In The Red; ciò che la caratterizza insomma è il rumore, quel fragore dei riffacci di chitarra e della voce sgraziata come del punk più indefesso. Double Negative è assordante anche se ascoltato a volume basso.
Tutto ciò sembra senza vie di fuga già dai primi secondi di When The Clock Strikes Twelve, la prima traccia. Ma pazientate per sentire come si conclude la canzone – in modo dubitativo, quasi depresso – per cogliere una produttivissima discrepanza di questo disco; quella per cui sentendo cinque secondi dell’album si crede di avere colto tutto – essenza, mondo, estetica, pratica – e invece ascoltando tutto, traccia per traccia, si rivela un complesso più stratificato di quel che si credeva. Accanto alla brevità del garage è spesso usata una dilatazione melmosa che non può essere riflessiva, ma semmai ha un’altra chiave più efficace; Repulsion sta lì a presentare il contrasto tra la dilatazione e la veemenza del r’n’r più fragoroso, in un modo che diventa quasi intollerabile per l’orecchio; cosa che non solo rende Double Negative un disco che rischia a ogni secondo di essere messo a tacere per prevenire la sordità, ma ci apre ancora una volta a quel mondo – ovvio in questi casi, ma non inutilmente espresso – della psichedelia veicolata dal genere nuggets; quello proprio, texano, filologico, rumoroso, immediato ma alienante, abbacinante ma oscuro, quantitativo ma spietato già nelle forme brevi.

I Black Time rinverdiscono allo stesso tempo il trip e la capacità di sintesi efficace del riff, come quello accompagnato dalla voce dylan-iata di The Days Are Too Long And The Nights Are Too Short, o quello letale di Skeleton Factory. Il risultato sulla lunga distanza è un thrilling che sfida l’ascoltatore dall’inizio alla fine; tutto può poi essere vicino alla no-wave (Six Feet Below, Problems) ma in realtà la rifiuta, in virtù di quella tradizione che si rifugiava in quel trip nient’affatto nichilista, sotto il tetto del proprio garage. Le note di copertina ci avvisano, tramite una “important notice”, che sta a noi la scelta se riprodurre il disco in modalità mono oppure stereo (di fatto preferendo la prima opzione). È sia questione di impatto che di filologia; le due cose su cui, in definitiva, questo stupefacente disco si regge.

1 Gennaio 2009
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