Recensioni

Dieci anni di vita festeggiati nel 2011 con una compilation (Looking for a Fifth Soldier in a Happy Ark) che racchiudeva il meglio della produzione della band e il qui presente The Darkest Sea a ribadire l’attualità di un percorso ancora in fieri: questi sono i Blessed Child Opera del 2013. Formazione che in realtà fa capo a un Paolo Messere che, di volta in volta, si circonda di musicisti diversi, a seconda (ipotizziamo noi) del percorso musicale che intende perseguire. Questa volta sono della partita Carmelo Amenta alle chitarre e Marco Scirè alla batteria, per un disco che tratta un folk ibrido e dal mood piuttosto oscuro.
Il materiale è assai ispirato, registrato in terra di Sicilia e in bilico tra il blues cavernoso di Hugo Race (I Had Removed Everything), un Mark Lanegan terrigno (Misunderstood) e certe reiterazioni ossessive di un Nick Cave etnico e mediterraneo (una I Look At You (But I Already Know Your Answer) che è forse l’episodio più prezioso del pacchetto). Coordinate di base che, tuttavia, fungono solo da bussola, dal momento che la peculiarità del sesto disco targato BCO non è tanto il farsi contagiare dagli immaginari citati, quanto girarci attorno, annusarli, reinterpretarli. Magari con un arpeggio di chitarra che solfeggia i mai dimenticati Morose per poi buttarsi a capofitto in un elettricità sporca (Lazy Shot In The Belly) o grazie a certe malinconie folk circolari (45, Near The Sea). The Darkest Sea è un ottimo ritorno, oltre che una decisa prova di carattere.
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