Recensioni

4.8

Chi scrive è affetto da quella che viene comunemente definita sindrome di Peter Pan. Non la rinnega, non la nasconde, anzi molto spesso si trova ad accentuarne i tratti. Questa finisce col riflettersi inevitabilmente sul consumo culturale e, nello specifico, su ascolti musicali da cui ogni tanto sarebbe bene prendere le distanze. Non starò qui ad elencarveli uno ad uno, per il mio e per il vostro bene. Diciamo solo che (per andare subito al punto) i Blink-182 avrebbero tutte le credenziali per rientrare in questa “lista-della-vergogna”. Eppure il loro immaginario fatto di skate-park, tatuaggi e piercing, insieme a quella loro forma di ribellione omologata ai canoni estetici del punk di metà anni Novanta, mai sono stati in grado di lambirmi. Difatti ai loro inni MTViani (le varie What’s My Age Again, All The Small Things, First Date) il sottoscritto ha sempre preferito le saettate targate Green Day. Così come la strafottenza dei Green Day ha sempre prevalso sullo humour di blinkiana memoria. È vero, a questi ultimi va riconosciuto il merito(?) di essere riusciti a catapultare il punk in territori pop e di aver tenuto a bada parecchi ragazzini d’epoca MySpace, aiutandoli a riempire le proprie bacheche di citazioni adolescenziali. Ma poi? Qual è stata l’eredità, il valore artistico, lasciato dai tre di San Diego?

A distanza di cinque anni da Neighborhoods e dopo sei album in studio, le domande continuano a non trovare risposta, anzi si moltiplicano di album in album. Il loro ultimo California, che oltre a segnare il loro ritorno sulla scena rappresenta il primo disco orfano della voce di DeLonge (a trainare la baracca pop-punk tocca ai soliti Mark Hoppus e Travis Barker, e al neo-entrante Matt Skiba – già voce nella band emo-punk Alkanine Trio – per quella che viene definita una versione 3.0 della band), contribuisce ad alimentare i seguenti dubbi: quale sia la platea e quindi chi, oggi, sia veramente interessato alla band di San Diego.

Le sedici tracce e i relativi 44 minuti (un’eternità) di California acuiscono ancora di più queste perplessità, e il tentativo di camuffare gli anni che passano con l’inebriato e lunatico pop-punk di pezzi come Kings of the Weekend, Bored to Death e She´s Out Of Her Mind si rivela nient’altro che un fallimento quando, giunti alla ballata Home Is Such A Lonely Place (siamo solo a metà ascolto), si capisce che è giunto il momento di metter sul piatto chi, oggigiorno, il punk sa veramente farlo (vi dicono nulla i Fidlar?). Emerge così che il problema fondamentale dei Blink-182 è quello di non essere riusciti a dar prova di essere artisticamente in grado di crescere e sviluppare qualcosa di diverso. Magari rispondendo alle trovate megalomani dei Green Day (la baracconata di Broadway e la trilogia Uno!, Dos!, Trè!), provando in questo modo a tenere accesa la “faida” pop-punk e a ridare lustro ai “gloriosi” 90s. E invece nulla, finisce che California suoni come un disco se non inutile, quanto meno fuori tempo e privo di quel briciolo di paraculaggine (in questo Armstrong and Co. la sanno ancora lunga) utile ad accendere una fievole luce di curiosità. E se, per evitare di finire in un loop infinito di sbadigli, non basta nemmeno immaginarsi ancora tredicenni, significa che per Barker, Hoppus e Skiba è giunto veramenete il momento di dedicarsi ad altro. Magari come DeLonge che si è messo a fare ricerche sugli alieni (sul serio!).

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