Recensioni

«But I must try», canta Kele nel brano Exis di questo quinto album dei Bloc Party. Una frase che esprime bene le intenzioni della band – devo provarci, devo tentare – e che riassume bene quello che la formazione inglese è stata negli ultimi anni: pareva ormai una cadente e fatiscente causa persa, a cominciare dall’abbandono nel 2013 del batterista Matt Tong, caposaldo ed elemento peculiare, fino al bassista Gordon Moakes, che ha lasciato i Nostri meno di un anno fa, a marzo 2015. E probabilmente quel «I must try» risuonava nella testa di un frontman che, rimasto solo col chitarrista Russell Lissack, ha deciso di rimboccarsi le maniche, trovare sostituti e ripartire. Così sono della partita Louise Bartle (trovata su Youtube) e Justin Harris dei Menomena.
I due supersiti non riescono ad essere negativi e quindi spingono Hymns con grande ottimismo, con la voglia di rivalsa dopo gli ultimi claudicanti album, poco apprezzati dalla critica, soprattutto Four. L’ottimismo si coglie dalle loro dichiarazioni, soprattutto quando spiegano il titolo dell’album: in Hymns (Inni) non c’è qualcosa di religioso, bensì un Kele che si è chiesto come sarebbe stata la sua musica se l’avesse composta in una dimensione spirituale, in armonia emotiva col mondo. Decisamente tutta un’altra atmosfera, quasi un’altra band, considerato anche il cambio di line-up e gli intenti. Sono ormai lontani i tempi dell’indie-rock e di Silent Alarm (successo mai più replicato), e qui si fa strada l’elettronica che veniva instillata in pezzi come Sign, ma con più revival funky 80s e allo stesso tempo più minimale, caratteristiche garantite anche dal lavoro del nuovo batterista, che a ben vedere non ha nulla di Tong. Anche il timbro particolare di Kele subisce una strana metamorfosi, quasi un ulteriore ingentilimento, languido e sentimentale, che lo avvicina allo stile vocale di James Blake o di Sohn.
Questa metamorfosi riguarda anche la chitarra, che si esprime con giri più tranquilli e orecchiabili rispetto al solito, niente che riporti a Song For Clay del secondo album A Weekend In The City. Un ingentilimento (a tratti quasi lagnoso) che troviamo in brani come So Real, Fortress, Different Drugs, My True Name e Only He Can Heal Me, traccia con la nota distintiva del coro maschile che crea un climax interessante nella parte finale. A ben vedere questi pezzi, con poca sostanza, omogenei nello stile e nelle sonorità – se non quasi anche nelle melodie – sembrano fungere da riempitivo all’interno dell’album. Fortess, ad esempio, pare ricalcata sulla canzone Montreal dell’EP The Nextwave Sessions (EP che non venne particolarmente amato, sia da critica che da pubblico), ma qui la voce ha meno oscillazioni armoniche. Riempitivo, si diceva, probabilmente per dare sostanza a un album che si basa essenzialmente su quei quattro pezzi radiofonici, fatti ad hoc per essere ascoltati in cuffia dai giovani. Obiettivo raggiunto: Into The Earth è una ballata che ricorda gli esordi indie (stile Plans di Silent Alarm), Exes è una traccia intima e personale, se non romantica; con The Love Within (di cui è stato realizzato anche un video) si approda a un’atmosfera energica di electro-pop-funky, mentre la super radiofonica The Good News si apre in un bridge e un ritornello orecchiabile, molto pop e scanzonato grazie alla chitarra blues-rock.
Lo avevamo già detto anche per i precedenti album: che cosa vogliono essere i Bloc Party? Hanno ancora qualcosa da esprimere o sono semplicemente un side project di Kele? Così mutevoli, dal loro esordio hanno spesso cambiato veste, ma ad ogni album hanno convinto sempre meno. Uno spiraglio, però, qui potrebbe esserci.
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