• Gen
    01
    2004

Album

4AD

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Seguendo il filo rosso dei lavori più recenti, Misery Is a Butterfly segna definitivamente il tramonto del lato rumorista dei Blonde Redhead. Non che la band abbia perso il proprio animo primigenio; piuttosto, quello che era il trade mark post-no wave prima maniera viene re-interpretato alla luce di un sound più dark, ma anche più accessibile. Queste emergenti caratteristiche sono probabilmente merito della nuova dimora discografica – la 4AD –, da sempre caratterizzata da stili variegati, ma comunque attenti a queste cupezze; dunque, le traiettorie intraprese si pongono in convergenza parallela con i vari This Mortal Coil e Dead Can Dance, Cocteau Twins e Lisa Germano. Le trame dei brani sono quindi pop-rock, semplici e al tempo stesso complicate, ricche di storie surreali e caduche emozioni. Sensazioni che si evincono dalle prime note dell’iniziale Elephant Woman, caratterizzata da soavi orchestrazioni d’archi e da un motivo sottile, ma tediato. Melodie di tale struggente bellezza sono onnipresenti: alla Makino il compito di accarezzare il vessillo post-atomico di nipponica memoria, déjà vu in bianco e nero di un mondo che si è distrutto con le proprie mani, e a Amedeo Pace il dovere di arricchire questo immaginario astraendolo dall’occidente.

Impalpabilmente angosciosa la prima, etereo, nervoso e angolare il secondo, il duo vocale s’alterna in quella che è una comune consapevolezza di un al di là dal quale non si può far altro che ricordare o vedere da una televisione a programmi conclusi. Maddening Cloud, con quell’organo funereo – vergine suicida – rappresenta il requiem alle immagini evocate poc’anzi e Anticipation, forte di un ritornello da brividi e un nervoso melodiare su refrain circolari alle chitarre, ne ritrae la versione specchiata, come se a richiamare in vita tali sensazioni fosse l’altra parte di un (super)ego terminale. Immagini di psichedelia macabra che si ripresentano nella conclusiva Equus, dove le due metà, uomo e donna, oriente nostalgico e occidente post-mortem si ritrovano nel gran finale: una sala bianca dove i ricettori di serotonina sono staccati dal destino, uno a uno, fino alla morte percettiva e percettibile. Scavando nella direzione del dark senza mai alzare una zolla di terra, Misery Is A Butterfly si distende in un limbo alle cui estremità sono visibili: le ombre lunghe di Thom Yorke, quelle oramai ridotte a fuochi fatui di Arto Lindsay e quelle più delimitate del dream pop. A parte Doll is Mine, unica parentesi veramente accessibile (e l’unica con un tocco di humour), e Pink Love, un chamber pop costituito da rassicuranti riff al pianoforte e da un sobrio uso degli archi, l’album riesce a stare all’interno di questi confini per gran parte della sua durata, un fattore non di poco conto visto il peso delle citazioni. Siamo dunque di fronte a un piccolo gioiello di questi confusi Duemila: un lavoro egregiamente arrangiato, dalle sofisticate ritmiche circolari e dalle originali melodie, denso di emozioni dilatate e tocchi di classe, nonché di angoli da esplorare, ascolto dopo ascolto. Un lavoro compatto, avvolgente, studiato, pensato e immediatamente riconducibile a un’idea: Misery Is A Butterfly.

1 Gennaio 2004
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