Recensioni

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Di questi tempi, quando ti trovi davanti gli originali fa sempre un po’ strano. Senti un pezzo qualsiasi di Move Like This e lì per lì ti sembrano gli Strokes, e invece sono proprio i Cars. E allo stesso modo senti l’incipit tutto synth appiccicosi e schitarrate power pop del singolo What I Heard, pensi si tratti di chissà quale gruppettino fresco fresco e invece sono proprio loro, i Blondie (o meglio, ciò che ne resta: Debbie Harry, Chris Stein, Clem Burke più i gregari del caso). Già, fa strano trovarsi davanti gli originali, e non è tanto una questione di rughe e voci arrochite dallo scorrere delle stagioni. Nemmeno una questione di nostalgia, o di implacabili paragoni con l’irraggiungibile – per tanti, e sempre variabili motivi – produzione che fu. Come per il ritorno dei citati Cars, dipende sostanzialmente da come lo fai, in barba al tempo che passa. E a primo impatto con la tripletta che apre il nono album (in trentacinque anni!) dei newyorkesi, diresti proprio che non lo fanno poi così male: D-Day, What I Heard e Mother hanno il tiro melodico delle tipiche hit alla Blondie; no, non siamo a livelli contagiosi dei tormentoni classici (anche della relativamente recente Maria, l’insperato rilancio del ’99 se ben ricordate), ma l’impianto regge, insomma.

Il problema  che emerge via via non è poi tanto lo stile o la forma, ovviamente (la ripetizione fisiologica della storica formula vincente, vedi il reggaettino facile facile di The End The End), ma la ciccia. E qui ce n’è poca, troppo poca anche solo per accontentarsi ed essere semplicemente felici che siano ancora tra di noi, i Blondie. Di fronte alla fiacchezza e (duole dirlo) la schietta bruttezza di cose come Girlie Girlie, Wipe Off My Sweat e Le Bleu, viene quasi in mente l’ultimo Bowie di Reality (e non è un paragone lusinghiero, se come speriamo conoscete bene il duca Bianco); e a poco vale la presenza nientemeno di Zach Condon dei Beirut, la cui Sunday Smile viene ripresa in modo dopotutto onorevole e la cui tromba è possibile sentire qua e là, così come un paio di ballate che appaiono quantomeno ispirate (China Shoes e Words In My Mouth, che avremmo visto bene in bocca a Marianne Faithfull). Non tutti i ritorni riescono col buco, ahinoi (le copertine invece sì: questa qui, del pittore olandese Chris Berens, è invero notevole).

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