Recensioni

7.2

In corso di 2011, guardando al Canada, l’attenzione dei più veniva catturata da un breakthrough actin particolare: i neo-psichedelici Braids. La blogosfera però – e specialmente quella prossima al sempre compianto Altered Zone – era già allora ben più interessata a chi assieme ai Braids rilasciava lo split Belispeak/Peach Wedding (leggi: Purity Ring), nonché al side-project della lead-singerRaphaelle Standell-Preston con il compagno nella vita Alex Cowan, ovvero questi Blue Hawaii.

Ascoltando il debutto Untogether – a maggior ragione mentre si hanno ancora freschi i dischi chiave del 2012 – la reazione logica ed immediata è dire Grimes. Le coordinate sono d’altronde le medesime: Montréal, pop left-fieldbass-heavy, dal piglio new-age. I due progetti – sbocciati in contemporanea dal fermento cittadino del 2010 – sono però tutto fuorché concorrenti. La proposta dei Blue Hawaii, pur se computer-based, è arty, esile, flemmatica, priva di eccessi eppure palpabile, languida, paragonabile – senza scadere in forzature – a quella dello Smother dei Wild Beasts; è cerebrale e avant alla maniera di Julia Holter. Si muove dunque in un territorio che Claire Boucher, nel passare dalle esagerazioni in vaghezza di Halfaxa al direttissimo electro-pop genre-bending di Visions, ha saltato a piedi pari e, stando alle dichiarazioni che la vogliono presto neo-industrial, non ha la minima intenzione di battere.

Più vicini sono piuttosto i già citati Purity Ring: per metodo di lavoro (scrittura in separata sede, “assemblaggio” successivo), per stilizzazione (quella della new-wave gotica 4AD di cui Megan James e Corin Roddick sono primi rappresentanti), perché il gioco è quello al contrasto tra correnti calde (i synth, la voce della Standell-Preston quando immacolata e björkiana) e fredde (sub-basssamples, di nuovo la voce ma warpata estutteringata ad intelaiatura delle melodie). Nel corposo programming sta peraltro la novità rispetto al precedente, interamente chilled-out,Blooming Summer EP (2010): è il frutto dei viaggi europei di Cowan, della assimilazione della lezione post-witch di marca Tri Angle Records, della dub-techno berlinese, dell’UK sound. L’accoppiata full-on club Daisy/Flammarion è emblematica.

Con la memorabile suite su cassa in 4/4 house In Two/In Two II e la pastorale (!) Try To Be, la prima parte della tracklist convince più della seconda, scevra di particolari highlights, comunque impeccabile nella resa della tematica chiave: il torpore della relazione a distanza e la disconnessione dal mondo che regolarmente ne consegue. I versi tornano persino ricorrenti, come fossero ricordi, rimuginazioni o semplici voci nella testa che si è incapaci di arrestare.

Untogether, lo si capisce, è quindi un disco situazionista. Va centellinato, non divorato. Soltanto così se ne coglierà per intero il valore, che è soprattutto emozionale; senz’altro oltre il paio di singoli “imprescindibili”, oltre la produzione cristallina, oltre la conferma della Arbutus Records – casa anche di DoldrumsMajical Cloudz e TOPS – come fucina di talenti iperattiva ed, apparentemente, impossibilitata a sbagliare.

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