Live Report

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Ora, il fatto di aver seguito i Blur per circa vent’anni e averli associati a tanti momenti importanti della mia vita, presupporrebbe che dicessi qualcosa di sensato sul concerto di Milano, ma la verità è che dopo tutto questo tempo i londinesi restano un mistero. Perché se chi si avvicina oggi alla band si trova di fronte ad una discografia composita, per cui le suggestioni afro di Out Of Time valgono quanto gli ultimi barbagli madchesteriani di There’s No Other Way, per il sottoscritto i Blur restano i neo mod della trilogia dei mid-90s. O quelli nervosi e lo-fi del disco omonimo. O ancora quelli oscuri e krauti di 13. Insomma, alla fine chi sono i Blur?

Proviamo a partire da quello che si è visto sul palco domenica scorsa. I Blur sono innanzitutto un gruppo vero, con forti personalità al proprio interno, certo, ognuno con una vita che si interseca sempre più raramente con quella degli altri, ma pur sempre dotato di una propria alchimia che va oltre la somma delle parti. Coxon è un chitarrista estroso ma riesce a fare il Coxon solo per contrasto con Alex James che, ritornato ad essere un quarantenne da copertina, suona per sottrazione. Pizzica le corde del basso come se fossero collegato direttamente ai suoi condotti lacrimali, quasi infastidito dagli alti volumi che è costretto a sopportare. Rowntree è il più solido e versatile batterista laburista in circolazione, mentre Albarn…beh, Albarn è un mattatore maturo, che ha riposto da tempo i vezzi “artsy” e ha (re)imparato a giocare (e divertirsi) a fare la star.

C’era un tempo in cui l’anello debole, almeno dal vivo, era lui. “Stona“, dicevano. Oggi quando parte a cantare To The End (la perla inattesa della serata), o qualsiasi pezzo del mood denso che ha saputo sfoderare nel corso della carriera, fa venire un formicolio alla base del collo che poi è difficile mandare via. Col tempo mi sono convinto che i Blur siano innanzitutto un gruppo da ballate umide e malinconiche, quando però sfoderano la sfrontatezza cockney non gli si sta dietro. Damon si arrampica, corre, cade, corre ancora, suona chitarra, organo, moog. Sembra felice e riappacificato con la propria storia; anche quando canta l’odiata/amata Country House, lo fa con una convinzione che non aveva neppure nel ’95. In fondo è questa la maturità per un artista: accettare il fatto che non sempre le cose che i tuoi fan amano sono quelle ritieni migliori e imparare a interpretarle come se ci credessi anche tu.

E poi quella di stasera è una festa per tutti, così folle e colorata che pare persino naturale che qualcuno del pubblico salga sul palco vestito da cartone del latte per cantare Coffe And Tv. La scaletta, va da sé, è un omaggio ad una carriera irripetibile, per qualità e varietà. Un greatest hits sbilanciato dalle parti di Parklife e dell’album omonimo, ma tant’è. Con un coro di quattro elementi, una sezione fiati di tre e un tastierista aggiunto, i Blur riescono a riprodurre qualsiasi suono abbiano registrato. E’ una celebrazione, si diceva, ma incredibilmente non puzza (ancora) di stantio. C’è la promessa di un album all’orizzonte e una canzone, Under The Westway così classica e confortevole che avrebbe potuto essere stata scritta in un momento qualsiasi della carriera bluriana.

Dopo lo sfogo ormonale di Song 2 (ma il concerto avrebbe potuto concludersi tranquillamente con una versione toccante di The Universal) il concerto finisce. Non ho avuto notizia di qualcuno che sia andato via insoddisfatto, ma potrei sbagliarmi. Di certo in molti tornano a casa convinti di aver avuto il pezzetto di Blur che più amano o hanno amato. Magari mettendoli tutti assieme si riuscirebbe a capire qualcosa in più del segreto di questa fantastica band.

31 Luglio 2013
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