Recensioni

8.1

E’ stata la trascinante onda di successo che ha travolto Metallo non Metallo (album del 1997 che valse alla band persino un Mtv award) a permettere a Marco Castoldi-Morgan di dare vita, con i suoi Bluvertigo, a un disco dalla portata sperimentale e concettuale unica come questo. Capitolo conclusivo di quella che fu chiamata “trilogia chimica” – facendo un po’ il verso alla più famosa “berlinese” del Thin white duke -, Zero finirà per essere il canto del cigno della band, non solo la più radicale e valida produzione.

Nato dall’idea di applicare il Dogma di Lars Von Trier alla musica pop, e cioè di relazionarsi alla partitura imponendosi una serie di regole rigide entro le quali muovere la composizione, Zero si svincolerà presto da ogni principio preposto grazie all’introduzione di un’ultima regola. Una sorta di “possiamo scegliere di non seguire le regole” che permetterà più libertà ai quattro musicisti, limitando l’applicazione del Dogma alla sola title-track.

Il disco è un inno al digitale, all’1 e allo 0 che regolano i sistemi informatici, al sostanziale finto contrasto tra sfera emotiva e ragione applicata, con un titolo che richiama la scienza e la matematica e un sottotitolo (ovvero la famosa nevicata dell’85) che svela il candore emotivo. Quest’ultimo riferimento alla neve che costrinse Morgan, come molti altri bambini quell’anno, a rimanere a casa da scuola e a capire che il suo gioco preferito era il sintetizzatore.

I testi di Zero sono riflessivi, ragionativi, misurati, eppure capaci di aprirsi a un’emotività profondissima e lontana dallo stucchevole. Con un Morgan deciso a lasciare da parte il cinismo/divertissment dell’adolescenziale Acidi e basi e dell’electropop colorato di Metallo non Metallo per staccarsi sempre più da sé e avvicinarsi al bianco (padre di tutti i colori) e allo zero (principio e fine di tutti i numeri). Le musiche, fiore all’occhiello dell’opera, sono radicalmente legate al testo come è raro possa accadere quando si mettono assieme sound quasi esclusivamente elettronico e lingua italiana. Se brani come Lo psicopatico, Finchè saprai spiegarti, Autofraintendimento, Sono = Sono giocano violentemente con la distorsione elettronica in un’esasperazione lenta e piacevole, pezzi come Punto di non arrivo, Sovrappensiero (con l’amato Battiato in veste di lettore e vocalist), La crisi, Zero, Forse, La comprensione e l’orchestratissima cageiana Numero, non mancando di offrire passaggi dotati di una drammaticità e di una levità compiute. Uno spettro di riferimenti ampio che cita i Nine Inch Nails, il Bowie di Low e Lodger, gli Einstürzende Neubauten, le linee elettroniche primordiali care ai Kraftwerk.

A distanza di dodici anni esatti dalla sua uscita, Zero è un disco per nulla invecchiato, marcatamente distante per spessore e potenziale dai due suoi predecessori e con un’eredità sonora che in Italia nessuno ancora ha raccolto ed elaborato. Un’opera a suo modo sperimentale, senza sbavature (risultato di un’ottima produzione, ma anche della presenza di musicisti come Mauro Pagani, David Richards e di tecnici del suono come Livio Magnini), in cui anche una cover come Always crashing in the same car (uno dei brani di Bowie più ovattati, nascosti e difficili da rivisitare) si dimostra perfettamente riuscita.

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