• Set
    11
    2001

Classic

Columbia Records

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È nella devastazione reale e mediatica ormai universalmente nota come “undici settembre” che possiamo individuare l’autentico passaggio di millennio, ovvero ciò che il capodanno 2000 – col suo conglomerato di timori, aspettative, fremito autocatartico e brama evolutiva – non è stato. Quest’ultimo essendo infatti paradigma di non-evento moderno, tutto hype e niente arrosto, perciò destinato a estinguersi appena consumato il raptus emozionale di ipertecnologie posticce, lustrini oleografici e samba sotto formalina. L’abbattimento delle torri (o edificazione del Ground Zero che dir si voglia) ha scavato invece un solco indelebile nelle cortecce cerebrali, ferendole al punto da configurarsi come discrimine mnemonico assoluto, il prima e il dopo di ogni cosa. Oddio, di quasi ogni cosa.

Difatti, ripensando al mio primo e unico contatto live con sua maestà Bob Dylan, ho avuto un attimo – più di un attimo – di trasalimento: era prima o dopo l’undici settembre? Strano, ma non troppo: d’altronde, non è una sfida lanciata al tempo e nel tempo l’interminabile girovagare di mister Zimmermann sui palchi di tutto il globo? E non sono forse oasi di atemporalità i suoi show così refrattari a ogni logica di tipo promozionale, alteri e generosi allo stesso un tempo, esorcismi ordinari di un’anima bisognosa di spogliarsi d’ogni sacralità, il fisico ormai (piuttosto) logoro consegnato allo sguardo inesorabile di chissà quante generazioni? Sia come sia, quella sera era una bella sera estiva, così piena di magia da sembrare una pagina di Storia appesa sopra al pubblico accorso numeroso ad osservare quella marionetta impagabile, prestata per l’ennesima volta alla lieta novella del rock. Ed era, come ho poi verificato, prima.

Fu un concerto serrato, onesto fino alla crudeltà. La scaletta ondeggiò tra classiconi e pezzi rari, i musicisti misero a disposizione della causa l’indubbio mestiere e rispettabilissimi controcoglioni. Dylan in un certo senso si limitò a mostrare – senza spiegarla – la ragione di quel suo ossessivo spendersi, e lo fece nel modo più inaspettato: l’abito candido dalla gessatura pastosa, il corpetto lussureggiante, il cappello da piazzista avventuriero, i baffetti smerigliati in chissà quale bisca di frontiera, quest’uomo insomma con tutta la sua icona a tracollo, guscio fragile di spirito irrisolto, durante il middle eight di Moonlight si mise a… Beh, sì, a ballare. Passetti giocosi, ammiccanti, lievi. Il volto imperturbabile di chi compie il proprio dovere con dedizione finalmente totale: solerte, esperto, bislacco servitor dell’arte. Dentro di me caddero cattedrali di solennità, si dileguarono mitologie d’asprezza. Fu uno shock e un’illuminazione. Che mi servì quando, pochi mesi dopo, uscì Love And Theft. Erano i primi giorni di settembre in Italia. Negli USA, l’undici. Sì, quello.

Le prime volte l’ho ascoltato come si ascoltano gli album buoni ma non eccezionali. Folk blues aspro e swingante, rispettoso chapeau alla musica dei padri (dei nonni), come un tornare sui primi passi per misurare la distanza percorsa. E quella voce ormai ridotta (un momento: ridotta?) a un rantolo grottesco, la vena aperta da cui stilla sangue nero. Insomma, mi sembrò un buon lavoro, ancorché piuttosto compiaciuto e chiuso nel proprio giardino di nostalgie e giorni rimpianti. Non mi sorprese il fatto che – una volta digerito lo scossone mediatico – molti anche tra i fans più impenitenti ne sancirono il medio cabotaggio, relegandolo tra le seconde linee del corpus dylaniano.

Mi sarei senz’altro allineato, con pochi indugi, non fosse stato per quel ballo da marionetta, enigma tenero e irrisolto a distanza di settimane. Le cose, diciamo così, s’incontrarono, s’intrecciarono, s’incastrarono per chiarirsi a vicenda: non rimasticatura di antichi standard né bolso cedimento senile, ma una riflessione disincantata sul proprio infinito rappresentare e rappresentarsi, cantastorie restituito ai respiri segreti del mondo, vedetta al crocicchio tra memoria e futuro, oracolo tanto più universale quanto più vicino alla polpa del quotidiano, al dilemma inascoltato tra tumulto e tradizione. Una via umile e potente all’archetipo. Una rivoluzione arcana.

Il lucido gioco di rimandi, incastri, allusioni colte e popolari, punti di carneficina poetica e combustioni verbali (basti dare una sbirciata all’iniziale Tweedle Dee & Tweedle Dum), sono l’opera di una mente ancora affamata di poesia. Questi blues, immersi nelle acque lente del sud (Cry A While), pervasi di dramma universale e intimo tormento (Floater, Mississippi), affilati su imprendibili sfarfallii jazz (Po’ Boy, Bye And Bye) e torridi scatti boogie (la frenetica Summer Days, la grassa Lonesome Day Blues), sono un’eredità in valuta antica, il limite estremo del giro compiuto (chissà quante volte), uno sguardo che si sottrae all’efferatezza del presente ma drammaticamente in ritardo, tanto che ad ogni amarezza pietosa corrisponde un retrogusto acre di condanna, una critica radicale alla fuga inutile del tempo tra le maglie allargate di un immaginario esausto, stanco, ferito.

Per questo non manca il senso di minaccia, il rimbombo del mistero, tanto nel country blues cavernoso di High Water (dedicato al pioniere maledetto delle dodici battute Charley Patton) quanto nella gentilezza jazzy di Moonlight (con quel soffio stellare d’organo che sfugge e attrae la serenata delle chitarre). Quel rimbombo, quel mistero, sono anzi la sostanza stessa di un discorso che impara ogni giorno di più il valore del tacere, del nascondere, dell’allusione avvolta nel bozzolo di una tenace elusione, radicata nel profondo di una memoria popolare in via di desertificazione (su cui catastrofi e prassi del nuovo millennio rischiano di passare il colpo di spugna decisivo, anche se Dylan questo non poteva saperlo all’epoca: oppure sì?).

Ognuna di queste dodici tracce fa pensare alle mille occasioni in cui le abbiamo già ascoltate, ognuna un (impeccabile) esercizio di stile, ma il punto è proprio questo: Dylan scompare, si arrotola in un sipario mimetico (finge persino di non esserne il produttore, celandosi sotto lo pseudonimo di Jack Frost), sceglie di prestare la propria voce (mai tanto disturbante) a tutte quelle voci che hanno smesso di parlare in questo mondo salvo poi riscoprirle a tremarci nelle ossa, a graffiarci con l’artiglio delle loro vite rugginose: maledette, dissolute, smarrite strade oscure del mondo. Verso, verso, ritornello, bridge, così via fino al cullante tedio della conclusiva Sugar Baby, dove si accende tutto il crepuscolo di cui è capace l’uomo Dylan, in bilico su una consapevolezza mai paga, sempre attenta ad ogni palpito di tempo che si porta via anche l’ombra, che gira sempre più stretto intorno alla bolla che sta per scoppiare, quando le parole sono un accidente di passaggio, e l’esistenza uno sporco trucco che – prima o poi – smaschereremo.

10 Settembre 2019
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