• feb
    03
    2015

Album

Columbia Records

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Di questo disco si rischia di dire troppo e troppo poco. E’ minimale,  crepuscolare, intimo, semplice, tedioso. Un esercizio di stile in sottrazione (inciso live in studio) che però lascia intuire tutto un subbuglio di cose dietro le quinte. Ecco un altro aggettivo, forse il più importante di tutti: sfuggente. Una strategia di eleganti e a tratti frusti depistaggi reinterpretando classici resi famosi (anche) da Frank Sinatra. L’approdo di un percorso di spersonalizzazione progressiva dopo album che sembravano sempre più omaggi ad epoche, modi e repertori. Come a voler dire: se sono ciò che sono è per tutto quello su cui mi sono arrampicato.

Nove pezzi su dieci si consumano in una penombra vibrante di contrabbasso e pedal steel, mentre la sola That Lucky Old Sun si concede un brusio di fiati: insomma, tutti questi vecchi standard (Autumn Leaves, I’m A Fool To Want You,  What’ll I Do …) ridotti alla loro morbida, stropicciata, sonnacchiosa essenza. Da ascoltarsi come se davanti al nostro divano venisse proiettata una scenografia vuota con al centro del cono di luce questo tipo grifagno e un po’ in disarmo con pretese da crooner acciaccato. Sarà perché è Dylan, aspetto – ne converrete – non certo secondario della faccenda, ma insomma non si può trattare questo lavoro come lo sfizio tardivo di un  cantautore attempato.

O forse il messaggio è proprio questo: tutti i vecchi cantautori custodiscono un segreto, non c’è nulla di banale nei loro capricci senili. Le ombre che si agitano nel buio sono quei fantasmi impalpabili che ci sono sempre stati, il senso ultimo e primo di tutta la catena di tensioni, ispirazioni, provocazioni, visioni che non abbiamo mai compreso del tutto. Sentire questa voce forse mai tanto nuda e così compiutamente esausta (finanche nel suo faticoso prendere fiato), sfibrata dal passaggio nel tempo vissuto, che canta strofe disarmanti del tipo “se il mio ultimo desiderio sarà esaudito/ alla prossima luna piena sarai tra le mie braccia“, pare proprio la chiosa di tutto un castello esegetico che crolla senza fare troppo rumore: la rivoluzione dylaniana era anche suono e cuore, aspetti che abbiamo trascurato perché distratti dalla febbrile sarabanda di frame che connotavano quei testi formidabili e quel cantato dissonante.

Non è solo questione di voler rendere omaggio a Sinatra (fosse soltanto questo si rischierebbe d’inciampare sulla soglia del patetico): al di là del valore di questa raccolta – non direi che siamo di fronte ad un capolavoro, soprattutto perché non vuole esserlo – sembra che Sua Bobbità intenda suggerirci quanto nel profondo dei folk e dei blues elettrificati che hanno rivoluzionato per sempre il concetto di pop music ci siano sempre state queste ombre languide e suadenti, come un codice nascosto, una prassi d’incantesimo, una stregoneria ultraverbale. Dopo trentasei dischi abbiamo qualcosa su cui riflettere. Ancora.

10 febbraio 2015
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