Recensioni

7.5

Sarebbe un errore bollare il ritorno di Bob Mould come qualcosa di ordinario, perché una volta arrivati alla fine di Blue Hearts ci si accorge quanto questo sia un importante punto d’approdo per il Nostro; uno snodo capace di restituirci un’autorialità profondamente ispirata e immersa come non mai in un presente che sa raccontare con efficacissima eloquenza. Un traguardo che lega l’autore di oggi a quello degli esordi, raggiunto dopo un lungo percorso, iniziato dallo scioglimento degli Hüsker Dü, in cui Mould ha elaborato lutti e affrontato fantasmi interiori, rinascendo più volte: dai tormentati primi lavori solisti al ritrovato impeto rock con gli Sugar, passando per quel Bob Mould con cui ha chiuso i conti con il passato, fino alla nuova giovinezza dei recenti lavori punk rock, con cui a un certo punto è riuscito persino a concedersi a una sincera e liberatoria positività. Un lungo perfezionamento di un linguaggio esistenzialista, con il quale ha saputo raccontarsi senza pudori e di riflesso fare il punto sul mondo circostante.

Ma i tempi sono decisamente peggiorati e i fantasmi di una volta sono tornati a tormentarlo, con le sembianze di una cultura populista e violenta che sparge odio ovunque, rendendo scioccanti le analogie tra la grettezza mentale odierna e quella di quarant’anni fa. Stavolta Mould però non sceglie di sprofondare in quel dolore intimo che ci ha regalato toccanti capitoli come Workbook, ma, al contrario, prende di petto la situazione con il suo disco più politico e diretto di sempre. Un album che fa una diagnosi brutale della realtà individuando con precisione i nemici contro cui scagliarsi con tutta la forza possibile.

La riflessione esistenziale viene sopraffatta dalla rabbia accumulata nel vedere decenni di ingiustizie ormai sul punto di rottura e rinvigorita dall’attualità fatta di brutalità, razzismo e disparità sociali sempre più devastanti. Un racconto feroce dell’America odierna veicolato con melodie ispiratissime, alcune tra le migliori mai scritte dal Nostro, a partire dal dilaniante manifesto acustico di Heart on My Sleeve, che traccia il perimetro argomentativo del disco, dalla crisi ambientale all’avidità del genere umano. Uno slancio che diventa dirompente nel punk rock di Next Geration, con cui incita le nuove generazioni a lottare strenuamente contro le menzogne del potere che divide e conquista («They burned our history books / And put trackable knowledge in our hands / They stream a fountain of lies / With alarming frequency») e più potente ancora in American Crisis, il pezzo perfetto per gli attuali tempi bui («We’re really in deep shit now», dichiara nella nota stampa). Un furioso brano hardcore, in cui tornano gli spettri dell’Aids e dell’intolleranza che ha subito da giovane 22enne gay, con cui si scaglia contro il perbenismo nazionalista e gli estremismi religiosi, chiedendo a tutti, in modo perentorio, di scegliere da che parte stare («You’re one of us. Or one of them / If you’re one of them, don’t come near me again»). Nel disco vengono passati in rassegna tutti i controversi sintomi della coscienza negativa americana, personificata dal leader populista per eccellenza, quel Donald Trump tratteggiato nella beffa rock’n’roll di Baby Needs A Cookie come un personaggio infantile e inadeguato al ruolo che occupa.

Ma oltre alla potenza di fuoco à la Zen Arcade (Fireball e Racing to the End) e al male di vivere sputato con irruenza (Little Pieces), il discorso si fa più sfaccettato con le riflessioni sulle relazioni personali in odore di Sugar (When You Left, Siberian Butterfly, Everything to You, Password to My Soul), con l’amarissimo sfogo para-religioso Forecast Rain, una travolgente ballata con nubi scure ad addensarsi all’orizzonte, come anche con le melanconiche ricercatezze wave di The Ocean.

Tutto questo fa di Blue Hearts uno dei lavori più belli e intensi della discografia di Bob Mould, un viaggio serrato e carico di contenuti espresso con una grande qualità poetica. Uno degli ascolti migliori con cui affrontare quest’anno infausto.

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