• Set
    01
    2012

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Edsel

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Di solito i musicisti rock non sono molto attendibili quando parlano della loro arte, ma qualche volta fanno eccezione. Bob Mould ha fornito a parole una fotografia piuttosto esatta di Silver Age: «È esattamente ciò che sembra: sono 38 minuti di rock». Il perché è presto detto: Bob ha trascorso gli ultimi anni a scrivere un’autobiografia che è da giugno nelle librerie (See a Little Light: the Trail of Rage and Melody, scritta insieme a Michael Azerrad, per i tipi di Little, Brown and Company), e ha deciso quasi per reazione di comporre un «semplice disco pop».

Ci è arrivato un po’ per autoispirazione: oltre all’autobiografia sono uscite le ristampe degli Sugar, e il proposito di Silver Age sarà di fare compagnia a Copper Blue, prossimamente sui palchi del tour che parte in questi giorni. Un po’ per ispirazione di ritorno: un punto di riferimento dichiarato sono i Foo Fighters, con cui il nostro ha suonato di recente come spalla ma di cui è stato a sua volta un ispiratore (Keep Believing è un omaggio a Dave Grohl quanto un tornare velatamente agli Hüsker Dü). Il risultato? Solo 38 minuti di rock? Come le tonnellate di marmo di Carrara di Michelangelo o i 400 g di abete dei Balcani e acero della Val di Fiemme dello Stradivari?

Anche senza scomodare opere d’arte immortali, strumenti sublimi e pubblicità sorpassate, questi tre quarti d’ora scarsi non sono proprio semplice rock ma il disco di un autore che ha ritrovato, o forse addirittura trovato, il piacere di scrivere canzoni (First Time Joy, come l’ultimo pezzo in scaletta). Ci piace immaginarlo come un album liberatorio. Pensare che uno degli autori rock più influenti degli ultimi trent’anni è ritornato il Bob Mould che conoscevamo. Si è riconciliato con ciò che gli riesce meglio, dopo aver pasticciato anche con generi che non erano proprio nelle sue corde. Sembra di essere tornati indietro, agli Sugar, per andare avanti. Bob ha anche registrato in trio, con John Wurster e Jason Narducy, quasi come un tributo a quei tempi.

L’enfasi è tornata sulle chitarre distorte che sono un pugno nello stomaco come una carezza all’anima e aprono scenari psichedelici. Tra l’hard di Star Machine (forse il nostro si è riconciliato anche con i Kiss, che erano il suo gruppo preferito prima di scoprire i Ramones), l’heavy metal emotivamente intellettuale di Silver Age (con qualche brivido Hüsker Dü), il power pop punk noisemelodico di The Descent, si apprezzano più o meno tutte le sfumature del songwriter che ha reso epico l’hardcore tracciando la via del rock alternativo degli anni ’90. Si trovano anche altre sfaccettature, dal rock and roll più aggressivo alla ballad elettrica, e qualche dettaglio inusuale (il ritmo “tribale” di Fugue State). Non è per niente trendy o all’avanguardia (esiste ancora l’avanguardia?) però suona dannatamente bene. A volte bisogna che tutto ritorni com’era perché tutto cambi…

6 Settembre 2012
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