Recensioni

E’ musica della solitudine, quella dei Bohren & Der club of Gore. L’hanno registrata col marchio doom ridden jazz; noi la possiamo immaginare in mezzo ai Pan American, ai Sunn O))), all’ambient jazz in versione cocktail music, in fondo una buona manciata di martini vodka sono essenziali per le visioni intime e nottambule del quartetto tedesco.
Piano Nights è l’ottavo album in venti e passa anni di carriera. I Nostri hanno seminato il loro culto, ormai, grazie a una discografia decisamente monolitica, strumentale, condita da andature lentissime e poca sovrastruttura, in cui le micro variazioni avvengono a livello umorale. C’erano i toni crepuscolari di Sunset Mission, il nerissimo Black Earth e poi un percorso a ritroso sul sentiero dell’introspezione che culmina ora con Piano Nights, indubbiamente uno dei lavori più complessi del combo teutonico. Non era mai stata così umana la musica dei Bohren & Der club of Gore, così dubbiosa. C’è un senso di amarezza ormai assimilato, un’amarezza che offre il fianco alla riflessione e all’autocompiacimento ed è il pianoforte a suggerire ora una linea ora l’altra, corredato da pochi elementi aggiuntivi: un vibrafono, un sassofono, un organo a fornire il manto sacrale. E’ proprio in questa mescolanza di sensazioni, o se vogliamo nell’assenza di una lettura univoca, che Piano Nights rivela la sua bellezza.
Ci si ritrova immersi in una notte lunghissima, in uno slow jazz infinito che tenta di raggiungere una catarsi salvifica prima di riscoprire la luce del mattino. Ed è qui che sta il lato seducente della musica dei Bohren & Der Club of Gore, nella consapevolezza che, alla resa dei conti, la suddetta catarsi non è affatto garantita.
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