Recensioni

6.2

Molto hype attorno a questa band di Crouch End, zona nord della City, al debutto lo scorso anno con un I Had The Blues But I Shook Them Loose che guadagnò loro i galloni di miglior band emergente secondo i canoni del NME. Con Flaws tornano oggi a battere il ferro caldo come è d'uopo, ma – sorpresa – con attrezzi diversi: via l'indie arguto & impetuoso a favore d'una sorta di pop-rock alternativo a base folk, o per meglio dire inverato dal folk, di quello che si ostina acustico a sembrare cosa viva e attuale. Una scelta che, al netto dello sconcerto momentaneo, potrà trovare giustificazione (o biasimo) solo coi prossimi capitoli della loro carriera.

Intanto va preso atto di questo disco non starordinario ma curioso, nel quale il brio un po' obliquo dei quattro giovanotti gioca a modulare il tasso drammatico ora prodigandosi in estrosa ballata post-prewar (Ivy & Gold), poi esalando fervida malinconia (le belle Dust On The Ground e Leaving Blues) ed ineffabile inquietudine circa Nick Drake (Jewel), quest'ultima in qualche modo ribadita da una dignitosa rilettura di Fairytale Lullaby (già opening track dell'album d'ersordio di John Martyn).

In questa specie di ansia da radici che stempera la determinazione a stare in sella al presente, la voce di Jack Steadman si erge a protagonista pressoché assoluta (con quel registro tremulo dal vago retrogusto freak, sorta di cuginetto imberbe di Devendra Banhart). Ma né essa né l'agilità della scrittura fanno oltrepassare a Flaws la soglia d'una dignitosa sufficienza: troppo poca la sostanza ed il senso di vissuto per i canoni folk che hanno scelto di perseguire. Però non smettiamo di seguirli: c'è aria di transizione verso qualcosa di più e meglio.

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