• Giu
    01
    2011

Album

4AD

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Per Justin Vernon già con il web single Calgary avevamo intuito un superamento degli standard folk in chiave alt-pop. Il nuovo disco va oltre a questa lettura, consegnandoci un artista incredibilmente maturo. Nel precedente e bruciante esordio For Emma, Forever Ago il lavoro era infatti tutto concentrato attorno alla personalizzazione vocale, qui invece la musica esplode e prende il sopravvento (fondamentali in questo senso le collaborazioni con Greg Leisz e Colin Stetson). Le parole sembrano cantate da qualcuno che sta camminando per strada e non davanti alla finestra di una camera da letto, sono lettere di chi è uscito dal rifugio per abbracciare il mondo e fin dalla tracklist si capisce che queste canzoni sono le tappe di un viaggio. Questo percorso ha il suo punto di forza proprio nell’aggiungere complessità ad un linguaggio basilare e standardizzato come è da sempre il folk americano.

Si parte dal manifesto Perth, con le elettrificazioni e la scostanza tipica del post-rock, la stessa mossa che caratterizzò l’esordio degli Akron Family. Sempre in questa direzione è protesa la seconda tappa Minnesota, anche se ad un certo punto, complice un cambio timbrico, ci sembra di sentire cantare il Brian Eno di Another Green World e – a dire il vero – non è solo la voce a farcelo credere, ma soprattutto l’insistente uso di rarefatte orchestrazioni tastieristiche sommato a discreti inserti elettronici. Il culmine in questo senso è la sospesa Hinnom TX, dove la voce di Vernon si trasfigura in quella di Roger Waters prima di esplodere nel suo personalissimo falsetto.

Ma il bello deve ancora venire. Con la triade Holocene, Tower, Michicant siamo ancora in un quadretto bucolico fatto di pagliuzze tra i denti, delicatezze d’arpeggio e cascate di rullanti in cui l'uomo scivola con disinvoltura portando a casa il cuore dell’ascoltatore fino al prossimo inverno. In coda esplode infatti quel retrogusto white soul che è la sorprendente chiave di lettura di tutto il lavoro. A partire dall’introspezione pianistica di Wash, passando per l’eterea Calgary (e se fosse un pezzo di Sinead O’ Connor?) arriviamo al culmine di Beth / Rest, vera e propria chimera le cui teste sono rispettivamente quelle di Peter Gabriel, Michael Bolton e Kanye West. Del primo c’è il vagheggiamento chitarristico nomade e stralunato, del secondo il classicismo piano/voce e del terzo c’è l’inaspettato utilizzo di autotune vocali per scopi “ultra emozionali”.

Se sulla carta può suonare malissimo, nelle casse è un vero e proprio capolavoro. Chi l’avrebbe mai detto che giocare a fare il rap con Kanye avrebbe influito così pesantemente sulla stesura di questo nuovo Bon Iver? Se questo è il risultato, ci auguriamo vivamente che ci possa giocare anche Will Oldham (oltre a recitare nei video) prima di un prossimo capitolo della saga Bonnie ‘Prince’ Billy. Il soul che fa impazzire i vari new kids dubstep Blake e Woon e la positività che ammalia la vecchia volpe di Destroyer spuntano inaspettato come non mai in un Americana che ha bisogno di emozioni, anima e atmosfera. Un sophomore che getta le basi per un nuovo canone a cavallo fra tradizione e contemporaneità.

4 Giugno 2011
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