• Mag
    05
    2017

Album

Drag City

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Lo citava spesso, suonava i suoi pezzi dal vivo e lo ha perfino intervistato. Will Oldham nutriva una riverenza mistica verso Merle Haggard. A poco più di un anno dalla scomparsa del country-man californiano sembra che quella adorazione non sia stata alleviata dal tempo. In Best Troubadour c’è un senso di mancanza e di perdita verso il cantante morto per una polmonite il giorno del suo compleanno, il 6 aprile, a 79 anni esatti. Una vita passata tra l’estrema povertà della gioventù e le vette delle classifiche americane. Orfano del padre a nove anni, sarebbe cresciuto tra un garage riadattato ad abitazione e la microcriminalità che assume i figli della strada. Una biografia da boemio e da cantore dello spirito americano. Ancora più simile a un romanzo, se si pensa che a illuminarlo tra le celle del carcere di San Quintino – dove si trovava nemmeno 20enne a scontare una pena per rapina a mano armata – fu Johnny Cash nel concerto gemello di quello più celebre alla Folsom Prison. Una volta fuori avrebbe dedicato la sua vita al country pubblicando 49 dischi con dentro successi come Okie From Muskogee, If we make it through December, The roots of my raising, Workin’ man blues, Misery and Gin. Pezzi memorabili, ma che nella raccolta di cover dell’Oldham sotto copertura diventano illustri assenti.

Messi da parte gli pseudonimi Palace Brothers, Palace Songs, Palace Music e Palace, e la verve rock di alcuni suoi lavori, il songrwriter di Louisville ormai diventato un cult continua a firmare sotto il nome di Bonnie “Prince” Billy, omaggio tra gli altri a Nat King Kole e Billy The Kid. Le tracce scelte attraversano comunque tutta la carriera di un artista che è salito per 38 volte in vetta alla classifica country americana e vinto tre Grammy Award. Sono storie e atmosfere in cui tutti gli americani si riconoscono, capitoli di un grande romanzo che affonda le radici nell’anima del Paese a stelle e strisce. Oldham ricorre alla sua estetica al tempo stesso irriverente e dolce per rimasticare queste canzoni. Una veste dalla quale affiora una tenerezza sincera e sentita, affettata da una voce soffice e spezzata. Ad accompagnare il “Prince” Billy ci sono diversi duetti (che funzionano alla perfezione) e la voce di A.J. Roach in The Day the rains came e di Maty Feiock in Nobody’s Darling, ma soprattutto i suoni classici del country. Ovvero banjo, chitarre steel, sax, fiati e armoniche che si lanciano in assoli raffinati e lunghi giusto il tempo di far maturare un’emozione per poi tornare in pari con i pezzi.

Trovano quindi spazio i cliché di The fugitive e della fede in Dio di Pray; la vita come maledizione e sconfitta di I’m always on a mountain whan I fall e l’amore come unica forma di redenzione di I always get lucky with you; la storia del musicista talentuoso e fallito Leonard e la nostalgia di My old pal, l’amico col quale si cantava insieme una vecchia canzone. A caratterizzare il repertorio c’è tutto l’inventario di immagini semplici e spontanee della canzone folk. L’amore come pioggia che diventa fiume, oppure come primavera, giardini, luce del sole. O ancora come un fiore, come rugiada sulle rose, come una benedizione. Un repertorio che altrove risulterebbe stucchevole e smielato suona qui spontaneamente romantico, diventa ambientazione ovattata e pomeridiana, anche grazie all’accuratezza rimica e retorica delle versioni originali.

Oldham diventa in Best Troubadour custode delle emozioni assolute che qualificano i bardi di ogni parte del mondo ricostruendo l’eredità di Haggard nel segno della tradizione e dell’indie folk. Un’eredità avvicinata con sacra riverenza da “Prince” Billy, che compone l’omaggio al suo eroe con la premura di un bambino che disegna la sua famiglia, con la casetta e l’alberello. E con un groppo in gola costante, come nell’ultima traccia, If I could only fly, vero gioiello del disco.

5 Maggio 2017
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