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7.5

Alex Neilson è una vecchia conoscenza del folk contemporaneo. Il suo drumming è stato prestato a vario titolo a mezza scena scozzese e inglese. La sua creatura più recente sono queste campane palpitanti o frementi, fate voi, con le quali ha messo in saccoccia tre dischi dal 2009 al 2011: uno all'anno come si conviene a uno che ha tanto, a volte fin troppo da dire. Marchio di fabbrica di tutta la produzione, lo sguardo puntato tanto sul folk revival degli anni Sessanta/Settanta (leggasi Fairport Convention) quanto sulle acidazioni del folk stesso che hanno sempre attraversato la tradizione UK (Comus, Pentangle). Anche se il pezzo forte è l'incrocio di voci maschile/femminile tra Neilson stesso e Lavinia Blackwell: un tuffo agli Steeleye Span o a Richard e Lisa Thompson. Piani alti, insomma.

Complice l'aver pestato le pelli per Will Oldham in qualche occasione, una stima reciproca e un comune amore per il folk e il country, Neilson e Bonnie Prince Billy co-firmano un singolo nel 2010 (New Year's Eve's the Loneliest Night of the Year) che è preludio di questo lavoro corale che esce per l'etichetta di Damon Albarn. A dominare la scaletta è lo stile tipico dei Trembling Bells, ma Oldham presta la sua voce profonda, regalando pathos ulteriore a una proposta musicale che probabilmente ha già raggiunto la piena maturità: il recupero delle fanfare tradizionali, qualche concessione al melò quasi musical (Excursions Into Assonance), temi forti come il suicidio (I Made A Date (With An Open Vein)), il folk-rock Sixties (Every Time I Close My Eyes (We're Back There)), echi medievali (Love Is A Velvet Noose), tocchi di epica forse un po' pacchiana ma funzionale al mix (Riding).

Se conoscevate i Trembling Bells prima di questo disco, prendete a occhi chiusi: c'è da godere. Chissà che la doppia sigla alla firma dell'album non serva a estendere quello che è già un culto a tutti gli effetti.

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