Recensioni

Stavo giusto scivolando nella patina del primo ascolto di questo Wolfroy Goes To Town, il quattordicesimo – se non ho fatto male i conti – firmato Bonnie "Prince" Billy, quando mi viene la sensazione che stavolta il buon Will ha mancato il bersaglio. Ma col barbuto di Louisville non è mai semplice come sembra. Nel bene e nel male. Infatti, come succedeva coi dischi d'una volta, già al secondo passaggio i trapassi armonici, le vibrazioni dell'arrangiamento e il fascino agrodolce delle melodie hanno preso a circolare come un carezzevole veleno. A deludermi di primo acchito era stato quel senso di conformita' ai canoni storici del folk-rock, per nulla assolto – anzi – da qualche passaggio più meditato e scostante. In realta' ho confuso il fine col mezzo, come spesso succede.
Difatti si tratta pur sempre della tipica riarticolazione delle particelle elementari folk, che nell'Oldham degli esordi esprimeva un senso di dispersione, di perdita di fede nel mezzo e nei riferimenti. Un folk attonito, sconcertato, che pure trovava la forza di camminare sulle proprie gambe, di ricominciare a cantare la quotidiamita' dimenticata. Già nei dischi post- Palace la sua musica godeva di una autorevolezza rinnovata, intensità e struggimento antigraziosi, ancora scossi di brume fin de siecle ma in grado come pochi di dar voce ai turbamenti dell'anima. Quel percorso, passato dai capolavori che sappiamo, trova continuità in quest'ultimo lavoro, dove i minimi termini dell'orchestrazione (acustiche con parche e mirate puntellature elettriche) rappresentano un segnale di alterità, la necessaria distanza dalla caciara delle new releases per stabilire un punto di osservazione/narrazione in grado di esprimere con ritrovata intensità situazioni di ordinaria irrequietezza esistenziale.
Country-folk e folk-rock che sanno di essere stati relegati da tempo nelle retrovie di chi racconta il presente, eppure hanno la serica tenacia di proporsi come la calligrafia più opportuna per affrescare le dinamiche emotive al tempo della Grande Crisi. L'accorata mestizia di Black Captain, il Gram Parsons ruspante di Quail And Dumplings, il Cash grave e languidone di New Match, una New Tibet che si disimpegna cruda con lirismo sospeso Jason Molina, quella We Are Unhappy che ciondola sulla linea della commozione Low…
Ok, non tutto convince fino in fondo, ma nulla delude o stona, ed ogni eccesso di pensosita' e' assolto da ambientazioni particolari (l'estro weird di New Walhing, le suggestioni british di Cow) o da un senso di solenne, pietosa, implacabile tensione (There will be a spring). Sono le manovre di assestamento di un album straordinariamente intenso sotto la quiete apparente, ben interpretato (ottimo il controcanto della brava Angel Olson) e ispirato come in tutta franchezza non ci aspettavamo piu' da quella ucronia vivente altrimenti conosciuta come Will Oldham.
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