Recensioni

7

Doppietta di carichi pesanti dalle (ormai ex) periferie dell’impero rock. Da una parte la band giapponese Boris, prossima al quarto di secolo di attività e foriera di quel suono hard&heavy che in Giappone sembra aver attecchito da decenni ormai. In questo nuovo disco, che, come detto, celebra – in realtà senza troppi fronzoli stando a quanto e come lo dichiarano: “We feel so grateful we can release this album in our 25th anniversary year”. Punto. – il 25ennale dopo che era stato pensato addirittura come commiato definitivo, la band (Atsuo – batteria, voci; Wata – chitarra, tastiere, voci; Takeshi – basso, chitarra, voce) sembra tornare alle origini del proprio suono, lento e pesante.

La modalità, per capirsi, è quella slow-heavy-rock che a vario titolo negli ultimi anni è stata smerciata da una costellazione di band tra le più diverse per background e finalità (diciamo dagli Isis agli Jesu, per rimanere all’ultimo decennio o poco più) che univano introspezione e muscolarità, spie al rosso e passaggi atmosferici, distorsioni e umoralità umbratile. Di questa costellazione però i Boris, se non sono la stella del mattino, sono sicuramente tra i più longevi rappresentanti, e la classe si nota tutta nelle 10 tracce che segnano quello che è il ventitreesimo (!?!) album in studio per il trio nipponico. Rimasugli di hard rock 70s, scorie del grunge più incattivito (sembrano dei Soundgarden astratti, quelli che si ascoltano in Absolutego), pachidermi post-Melvinsiani (da lì viene il nome della formazione e, volendo, lì tutto tende a tornare), fantasmi del post-rock chitarristico che fu e un senso di melanconico e “heavenly” mood che pervade l’intero album (“heavenly—far beyond heavy”, lo descrivono gli stessi autori) non sono che screziature di un suono monolitico per dimensione e approccio e che, nonostante celi evidentemente stilemi in continua modificazione, risulta sempre riconoscibile, sia esso il dreamy-doom di Memento Mori o lo sludge post-industriale della title track, il doom posseduto di Deadsong o la nenia horror-romantic-noise di Beyond.

Dall’altra parte risponde il collettivo finlandese dei Circle, iper-prolifica band che si muove anch’essa sul versante hard&heavy ma che inserisce spesso elementi discordanti e bizzarrie varie che modulano i paesaggi sonori distaccandoli spesso dai paletti di genere. Roba tipo passaggi prog-folk, deliqui psych 60s, distese cosmiche, accelerazioni metal e falsetti da AOR dei ’70, tutto condensato e abilmente mescolato nell’inaugurale Rakkautta Al Dente, sin dal titolo dimostrazione di mescolanze e abrasioni linguistiche come musicali che trascinano l’ascoltatore in un zigzagare emotivo tra 30 o 40 anni di musiche hard e che meglio di mille parole descrivono la china dell’album. Kraut e psichedelia che convivono con rimasugli stoogesiani (sentite come riecheggia QUEL riff in Terminal e poi ditemi) e approccio free, intrusioni glam-pop si intersecano con riff-0-rama furibondo e reiterato, vocalizzi da hard-rock band che si fondono con quelli tipici del black metal, i King Crimson teletrasportati nella comune dei Faust e millemila altri connubi che sono sì, stranianti, ma pur sempre parte del DNA di una formazione indomita e irrequieta, periferica ma non secondaria. Un po’ come appare ritratto nella splendida copertina, il mondo dei Circle è avant-futuristico come una distopia andata a male e selvaggio e brado come una natura post-atomica. Consigliato a freak-metallari open-minded.

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