Recensioni

6.8

Dopo essersi preso la libertà di pubblicare un fugace lavoro solista alla fine del 2012 con l’aiuto di Roger Leavens, Luke LaLonde è stato impegnato gli ultimi tre anni nella realizzazione del successore di Say It, un album di indie pop  song oggetto di un ampio spettro di valutazioni, dai plausi (tra cui il nostro), alle tiepide reazioni inglesi, fino alla stroncatura di Pitchfork che gli affibiava un emblematico 3.8 nel giugno del 2010.

Accusato di aver composto sbrigative canzonacce da pausa pranzo, LaLonde deve aver accusato il colpo. O meglio, dopo quasi dieci anni d’attività e qualche riconoscimento (compreso lo spot della American Express), deve aver pensato che era giunto il momento di far uscire il classico lavoro per segnare il passo. Da sbrigativo, il processo di scrittura e di arrangiamento si è fatto meditato e vissuto all’insegna di un inedito lavoro di squadra. Soltanto alcuni dei demo composti in solitudine al laptop dal songwriter sono stati presi in considerazione, mentre la maggior parte delle nuove canzoni è stata macinata in lunghe prove in una fattoria dell’Ontario. Un’ulteriore selezione ha poi definito il materiale su cui lavorare nelle final session presso gli studi Boombox Sound di Toronto presidiati da Roger Leavens.

Con il producer dei compagni d’etichetta The Rural Alberta Advantage, il terzo lavoro dei canadesi è inevitabilmente (e di gran lunga) il più rifinito e melodicamente rotondo che sia mai stato scritto sotto questa sigla. Se ne vanno le chitarre più slabbrate e lo shouting ubriacante e legnoso di tradizione Clap Your Hands Say Yeah, se ne va quindi il suffisso lo-fi (e l’approccio da live in studio) per un sound preciso, vario e solido, che si tiene strette le coordinate vampireweekendiane già tracciate in precedenza.

Il singolo Needle li presenta con una intro ruffiana delle loro tipo Mumford & Sons o Fleet Foxes meet Ezra Koenig, altrove il tiro procede in freschezza melodica e chilurgico esotismo grazie a jangling chitarristici molto più “ordinati” e figli dell’amore per gli Shins di mezzo (Ocean’s Deep). Nonostante i tentativi di hook (Permanent Hesitation), di fatto sono ancora i tiri più sghembi a convincerci (il taglio 50s di Cold Pop) ma anche le ballate (Golden Promises e la finale al piano Never Age) o zampate come Dancing On The Edge Of Our Graves, tutte bene inserite nell’economia di una scaletta centrata sulla spensieratezza pop.

I Born Ruffians non hanno fatto una tipica svolta stadium da brit band, nemmeno si sono dati agli 80s (basta!) e neppure sono, come lo erano sicuramente all’inizio, una band copia-incolla di trend canadesi. Il problema di Birthmarks è il collocarsi nel limbo di tante band troppo vecchie per godere del supporto che si dà alle nuove leve e troppo poco duttili e spregiudicate per fare il salto definitivo tra le star major indie. Infine, se vogliamo metterla sotto il profilo delle ragioni di fondo, un conto è essere dei bravissimi emuli che sanno metterci del loro e si fanno produrre da un professionista, un conto è dar vita a un progetto che cavalca le mode e possiede una visione prospettica delle cose.

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