Recensioni

Descritti come un «combo di riciclo per fidanzate di musicisti della scena di NY» (a memoria l’autore fu Bob Bert, batterista giro Sonic Youth dei primordi, Chrome Cranks, Action Swingers e ovviamente Pussy Galore, ma ci si può confondere visto il quarto di secolo trascorso) e considerati, secondo la vulgata, la pietra dello scandalo che portò al disfacimento della stessa scena, i Boss Hog sono ineluttabilmente la band della signora Spencer, ovvero Cristina Martinez. Avvenente e seducente, molto disinibita – si vedano le copertine, specie degli esordi (Drinkin’, Lechin’ & Lyin’ su tutte), per farsi una idea – cantante, chitarrista, performer, fotografa, artista sui generis e il dio del rumore solo sa cos’altro, la Martinez ha sempre giocato con quell’ambiguità a forte carica sessuale che la contraddistingue da quando sedicenne imbracciò (?!) la chitarra per unirsi prima ai Pussy Galore e poi a Jon Spencer. Ovviamente non se ne dimentica in questo Brood X che riesuma la sigla, fatta salva una reunion live nel 2008, dopo qualcosa come 17 anni dallo scioglimento.
Prendete Black Eyes e ditemi se non ve la immaginate sul palco pronta a sfidare sguardi e occhiatacce con fare sfrontato e sensualmente luciferino, mentre i compari – a parte il marito alla chitarra, completano il quintetto Jens Jurgensen al basso, Hollis Queens dietro la batteria e Mickey Finn alle tastiere – imbastiscono un punk-blues in midtempo parecchio paraculo, oppure sbraitare scazzata nella bluesexplosioniana Shh Shh Shh. Insomma, non è un caso se la label definisce questo Brood X come la «seductive soundtrack for the second coming of militant rock’n’roll»: il centro propulsore è sempre lei, al punto che anche un mostro sacro come il marito “svanisce” col suo riff-o-rama un po’ blues, un po’ punk, molto noise e, purtroppo, oramai codificato e privo di spigoli.
Il problema con questo disco, e di conseguenza coi Boss Hog, è che pur con tutte le buone intenzioni del mondo e con la più sincera stima per i protagonisti, non se ne sentiva affatto la mancanza. Per quanto cariche e risolute, le canzoni risultano inoffensive; ben suonate, ben prodotte, a tratti anche interessanti (l’electro-rock di Formula X, non a caso primo singolo, il sixties stomp di Elevator, una Rodeo Chica che va di duetto male/female nella miglior tradizione, ma siamo sempre al minimo sindacale), ma di quell’interesse che è più legato alla nostalgia e al passato “retromaniaco” che ci avviluppa in questi anni, che a una vera scossa rock’n’roll che ci si aspetta da quel budello maleodorante che era il Lower East Side newyorchese.
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