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Si fa un gran parlare oggi di uguaglianza di genere (gender equality). Lo scandalo Weinstein scoppiato a Hollywood alla fine dello scorso anno ha sicuramente scoperchiato un vaso di Pandora che era lì in attesa di esplodere, catalizzatore di un’accelerata dei movimenti collaterali a sostegno della libertà d’espressione sessuale con l’indice puntato verso un certo sessismo (leggi maschilismo) orientato e equidistribuito in ogni settore (dai più prestigiosi posti di potere istituzionale a, per parlare in termini a noi più vicini, quelli del mondo della critica specializzata). In questo contesto socio-culturale specifico non è affatto un caso che si sia assistito alla nascita delle boygenius, supergruppo formato da Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, con un nome che è già una dichiarazione di intenti: il luogo comune della donna che emerge nel panorama indie rock desta ancora una certa sorpresa nel mondo della critica di settore – stando a quanto dichiarato dalle tre – per questo motivo il nome è provocatoriamente virato al sostantivo maschile boy (il quale solitamente è sempre un genio, leggi sarcasticamente).

Contraddistinto da un’armonia compositiva e un’intesa equilibrata su temi e argomenti, boygenius è tutt’altro che un progetto fuori dal tempo, anzi è proprio l’opposto: cerca nelle dinamiche socio-culturali attuali la propria spinta propulsiva, trovando così una ragion d’essere che va ben oltre la compiutezza dei suoi sei brani, ognuno dei quali è un lamento, ora silenzioso ora urlato, di un certo senso di inadeguatezza e incomunicabilità con l’altro sesso («I can’t hear you, you’re too far away / I can’t touch you, I wouldn’t if I could»). Sono tempi durissimi per le relazioni sentimentali, su cui oggi grava il peso (o forse la necessità) di domare una propensione verso l’individualismo che cozza tantissimo con la figura della coppia (di qualunque gender di appartenenza); al centro della pur breve disamina delle boygenius c’è la voglia di fare un sunto sulle difficoltà quotidiane e sulle caratteristiche inconciliabili di due persone che vorrebbero disperatamente amarsi, ma che per le decisioni di uno o dell’altro finiscono per allontanarsi irrimediabilmente («I never said I’d be all right / Just thought I can hold myself together / But I couldn’t breathe, I went outside»). Su tutto prevale sempre la ricerca di una propria pace interiore spesso utopistica ma vero obiettivo (impossibile) dei nostri giorni, l’unico se il risultato della vita di coppia forma un essere pieno di cicatrici e incomprensioni.

Ognuna delle voci che compongono questo omogeneo trio ha il suo momento: in Bite the Hand si avverte il tocco delicato di Lucy Dacus, nell’ispirata Me & My Dog è Phoebe Bridgers a raccogliere le redini, mentre Julien Baker ruba la scena in Stay Down, probabilmente il brano migliore del lotto. La sensazione generale è che a prevalere non sia questa o quella voce, ma la formula decisamente corale dell’operazione, in cui ogni sguardo, ogni sensazione e ogni impressione raccolta in testi che richiamano la poesia dei piccoli gesti quotidiani è perfettamente bilanciato in un concentrato d’ambizione calcolata. Ventenni che raccolgono la sfida del raccontare l’oggi attraverso esperienze e una sensibilità molto affine: è questo che sono le boygenius, e il loro eponimo esordio discografico risulta come una di quelle scommesse vinte in cui tutte le probabilità e i fattori di partenza erano sostanzialmente contro. In questo, perfino la durata brevissima (non si superano i 21 minuti) risulta funzionale al racconto, che si conclude sulle note di Ketchum, ID, una lenta ballata country-folk, in cui il ritorno a casa delle protagoniste è visto in maniera alienante, memore di una vita in tour ormai avviata e diventata routine, dove la vera casa è l’affetto delle persone con cui si intraprende un viaggio (di vita, di passione, di sentimento, ma anche di dolore, di sofferenza e di inevitabili separazioni).

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